ricordo della strage di via D’Amelio – Eroi senza nome di Salvatore Borsellino

gli agenti di scorta Agostino Catalano (caposcorta), Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e a cadere in servizio), Walter Eddie CosinaVincenzo Li Muli, e Claudio Traina

Pochi giorni dopo la strage di Via D’Amelio mia madre chiamo’ me e le mie sorelle, Rita e Adele e ci chiese di farle incontrare le mamme di quei ragazzi che il 19 Luglio si erano stretti attorno a Paolo mente suonava il campanello della sua casa per proteggerlo nell’unica maniera in cui potevano proteggerlo, con i loro corpi.

Non potevano proteggerlo in altro modo perche’ il prefetto di Palermo Mario Jovine non considerava quella strada un obiettivo a rischio e quindi non ne aveva disposto lo sgombero.

Non potevano proteggerlo perche’ il procuratore Pietro Giammanco, pur essendo al corrente che era gia arrivato in citta’ il carico di tritolo per l’assassinio di Paolo, non aveva ritenuto necessario avvertilo del pericolo imcombente.

O anche peggio come forse potremmo sapere se si venisse a conoscere il reale contenuto della strana telefonata che lo stesso Giammanco fece a Paolo alle 7 di mattina dei quel 19 Luglio nel corso della quale la moglie Agnese senti Paolo gridare la sua rabbia al telefono in faccia a quello che avrebbe dovuto essere il suo capo e, in quanto tale, avrebbe avuto il dovere di vigilare sulla sua incolumità.

Lo stesso Giammanco del quale, come ha dichiarato l’allora Maresciallo del carabinieri Carmelo Canale, Paolo aveva intenzione di chiedere l’arresto parche si potesse scoprire quello di cui era a conoscenza sull’omicidio Lima, il referente politico, in Sicilia, del senatore a vita Giulio Andreotti.

Grazie alla protezione dei corpi di quei ragazzi che si stringevano introno a lui Paolo rimase quasi intero dopo lo scoppio tanto che sua figlia Lucia, che volle correre ad abbracciarlo per l’ultima volta, ci poté dire che Paolo sembrava quasi sorridere, aveva i baffi e la faccia anneriti dal fumo ma sembrava sorridere.

Ma di quei ragazzi non si trovò quasi niente, una mano fu trovata in un balcone dei piani alti, un altro venne ricososciuto solo per una brandello del vestito, i pezzi di Emanuela Loi poterono essere riconosciuti solo porche era l’unica donna che faceva parte della scorta.

E in quelle bare che furono testimoni muti della rivolta dei palermitani, alla cattedrale di Palermo, contro quel branco di avvoltoi che, scacciati da noi familiari dal funerale di Paolo, volevano almeno sedersi in prima fila ai funerali degli agenti di scorta, non c’era quasi nulla.

Anche se questo non impedì ad uno Stato che mi vergogno a chiamare con questo nome, di richiedere ai genitori di Emanuela Loi il costo del trasporto di quella bara vuota da Palermo a Cagliari.

Mia madre volle incontrare i genitori di quei ragazzi per chiedere di baciare loro, uno per uno, le mani perché come disse loro, avevano donato la vita dei loro figli per quella di suo figlio.

Ed oggi uno Stato sempre più indegno, uno Stato di cui sono costretto a vergognarmi di fare parte, uno Stato che mi fa vergognare di essere italiano, costringe i genitori, i figli, i fratelli, i parenti di questi ragazzi e di tante altre vittime della criminalità mafiosa, se non dello stesso Stato, a incatenarsi ai cancelli della Prefettura di Palermo per reclamare a voce alta i loro diritti.

Non, badiamo bene diritti economici di un vitalizio equiparato a quelle delle vittime del terrorismo, che pure spetterebbe loro di diritto, ma il diritto a che la loro dignità venga riconosciuta, il diritto a che non vengano considerati come vittime di classe inferiore, il diritto a che nelle commemorazioni che pur servono da passerella a politici i cerca di visibilità, i loro figli, i loro padri, i loro parenti non vengano denominato sbrigativamente “ragazzi della scorta” ma, come  è loro diritto, con i loro nomi.

Ma allora perché Paolo Borsellino e Giovanni Falcone non vengono chiamati “i giudici del pool” e basta, forse perché la gente si indignerebbe a non sentire i nomi di quelli che considera degli eroi ?

Ma perché forse non sono degli eroi anche Agostino Catalano,Eddie Walter Cosina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Rocco Di Cillo, Antonio Maontinari, Vito Schifani. Anche di Francesca Morvillo non viene spesso pronunziato il nome, come se non fosse morta anche lei accanto a Giovanni.

A fronte di ciascuno di questi nomi, e della serie interminabili di nomi di eroi che non vengono mai nominati  ciascuno di noi non dovrebbe nemmeno solo alzarsi in piedi, ma mettersi in ginocchio, e invece li costringiamo ad incatenarsi ai cancelli di una prefettura per reclama il rispetto della loro dignità.

Io chiedo perdono a Sonia Alfano e a quelli che come lei stanno portando avanti questa lotta nel nome di tutti per non essere li insieme a loro, per non essermi incatenato insieme a loro come di sicuro avrebbe voluto e ci avrebbe ordinato di fare mia mamma se fosse ancora in vita.

Vi chiedo perdono, la lotta che stiamo combattendo ha troppi fronti e non sempre si riesce ad essere dove il nostro cuore ci vorrebbe portare, ma sappiate che sono insieme a voi, che Paolo Borsellino è insieme a voi e che insieme a lui la lotta di tutti noi, di tutti noi uniti, riuscirà a realizzare il sogno di giustizia e di libertà per cui sono morti i vostri figli, i vostri padri, i vostri compagni, i vostri fratelli.

Salvatore Borsellino

ricordo della strage di via D’Amelio 19 luglio 1992 – Di Lello: «Lo Stato tiri fuori l’agenda rossa di Borsellino»Scritto da Fabrizio Colarieti

Mercoledì 11 Luglio 2012

«Lo Stato tiri fuori l’agenda rossa di Paolo Borsellino, solo così potrà recuperare credibilità». A parlare è Giuseppe Di Lello Finuoli, ex giudice istruttore e parlamentare, nel ’83 chiamato da Antonino  Caponnetto a far parte del pool di Palermo dopo l’uccisione di Rocco Chinnici. Insieme a Leonardo Guarnotta, attuale presidente del tribunale di Palermo, Di Lello è l’unico testimone ancora in vita della stagione che li vide in prima fila nella lotta a Cosa nostra, gomito a gomito con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Cosa ricorda di quegli anni, quando nacque il pool e lavorò al fianco di Falcone e Borsellino?

«Quando Gaetano Costa e Rocco Chinnici (entrambi vittime di mafia, ndr) cominciarono seriamente a indagare su Cosa nostra, ci si rese conto che in realtà era un fenomeno abbastanza perseguibile, cioè non era quel mostro sconosciuto e impenetrabile cui si faceva spesso riferimento. Ma le grandi intuizioni, quelle che cambiarono l’approccio, furono quelle di Giovanni Falcone. Mi riferisco al fatto di andare a guardare dentro le banche, di utilizzare le intercettazioni, di avviare rapporti con gli altri organi inquirenti. Era un innovatore, e il suo modo di indagare fu dirompente. Fino a quel momento a Palermo non c’era stata una magistratura credibile, ma Falcone aveva la fama di essere un giudice bravo, uno di cui ci si poteva fidare. Sono entrato nell’ufficio istruzione nell’82, c’erano già Falcone e Borsellino, il pool nacque con la morte di Chinnici, strutturalmente venne messo in piedi da Caponnetto. E anche la sua fu una grande intuizione: far lavorare insieme i giudici asse-gnatari di processi contro la mafia, per costruire un unico grande processo. Nacque così il pool che era composto da Falcone, Borsellino e me, poi arrivò Guarnotta, e noi quattro istruimmo i primi grandi processi contro Cosa nostra».

Che clima c’era a Palermo in quegli anni?

«Il clima era di grandissima collaborazione, a capo della Procura c’era Vincenzo Pajno, e a capo dell’ufficio istruzione c’era Caponnetto, e loro due andavano abbastanza d’accordo. Tra di noi c’era una grande collaborazione, basata su stima e fiducia reciproca, e con la Procura non ci furono mai grandi tensioni».

E con la politica?

«Fino a quel momento la politica, in Sicilia, non era stata mai disturbata, dunque i primi segnali vengono con l’incriminazione di Vito Ciancimino, in primis, e poi dei cugini Ignazio e Antonino Salvo, che erano i terminali degli andreottiani, mentre Ciancimino lo era della mafia. Era la Dc che contava veramente a Palermo e in Sicilia e il fatto che il pool mirasse a loro spaventò molto, perché non erano abituati a essere disturbati a quel livello. Ci fu una reazione molto ben orchestrata, anche a livello di governo, imperversava il Caf, e diventammo il loro bersaglio principale, perché mettevamo in crisi l’economia, insieme alla primavera di Leoluca Orlando che in quel periodo si stava sviluppando. Un’azione politica condotta anche sui i giornali, quello di Montanelli, un po’ anche il Corriere della Sera e Il Giornale di Sicilia. Erano tutti molto critici nei nostri confronti, “questi giudici che mettono in pericolo anche i loro coinquilini e la pace della città”. Un livello un po’ meschino».

Che idea si è fatto sul delitto di Salvo Lima?

«Lima era riconosciuto come il referente andreottiano, il principale referente di Giulio Andreotti in Sicilia, e anche il referente di ambienti mafiosi. Credo che lui avesse lucrato sui voti mafiosi e anche un po’ millantato questo suo potere, suo e degli andreottiani, perché mai avrebbero pensato che poi ci sarebbe stato un processo che addirittura arrivava in Cassazione e incastrava definitivamente molti boss mafiosi. Forse avevano dato all’esterno rassicurazioni inesistenti, sulla sorte di questo processo e quando le sentenze vennero confermate in Cassazione la mafia si scatenò contro di loro, contro i suoi referenti politici che aveva sottomano, quindi ammazzò Lima e uno dei cugini Salvo».

E della trattativa Stato-Mafia?

«Non c’è dubbio che alcuni pezzi dello Stato avranno tentato di trattare, adesso non so in quale misura, però non c’è neanche dubbio che tutto sommato lo Stato ha retto, perché alla fine di questa trattativa, che mirava a indebolire il regime sanzionatorio, di fatto si sono ritrovati con il 41bis addirittura stabilizzato per legge, quindi questa trattativa non c’è mai stata, almeno in termini ufficiali».

Qual è la sua opinione su Massimo Ciancimino?

«Un pentito deve essere attendibile sempre, non part time, a volte sì e altre no. Non si può fare antimafia dando credito a uno come Ciancimino».

Che ricordi ha di Falcone e Borsellino?

«Lavoravamo tutto il giorno insieme, c’era un legame di amicizia personale, familiare, molto forte. Falcone era un personaggio che non veniva scalfito da nessuna accusa, si riteneva un vincente e non c’è dubbio che lo fosse, perché era l’unico in Italia che poteva alzare il telefono e parlare con l’Fbi, con gli investigatori più importanti del mondo e avere una risposta. Borsellino era un po’ il complemento di Falcone, era un uomo dello Stato fino in fondo. Non si sarebbero mai tirati indietro, per nessun motivo, tant’è che sono stati ammazzati».

La morte di Borsellino è legata alla trattativa?

«Questo è difficile dirlo. Dico solo una cosa: se lo Stato vuole fare lo Stato ed essere credibile, cominci a tirare fuori l’agenda rossa di Borsellino, per esempio. Non l’ha presa il primo che passava, se la sono presa, come si sono presi i documenti dalla cassaforte di Carlo Alberto Dalla Chiesa, come quelli trafugati dal covo di Totò Riina, come le agende di Falcone. Tutta una serie di acquisizione di dati. Non sono un complottista però credo che una parte dei Servizi in questo Stato non sono mai stati fedeli ad esso, ma fedeli solo a se stessi, al loro potere interno, tant’è che la politica è stata sempre succube di questi personaggi».

*dal settimanale N.27

appello “NO AL MUOS, NO AI DRONI – PER LA SMILITARIZZAZIONE DELLA SICILIA”

Il 4 aprile del 1982 oltre centomila sicilian* e tantissime persone giunte da tutta Europa sfilarono a Comiso per dire no alla costruzione di una base militare che avrebbe dovuto accogliere 112 missili Cruise a testata nucleare: erano parte di un poderoso movimento che per un decennio lottò per liberare il mondo dal dominio delle superpotenze di allora, convinto della necessità di un’Europa “senza missili dall’Atlantico agli Urali”.

 

Nel 1982 al fianco delle manifestazioni di Comiso c’era Pio La Torre, che più di ogni altro aveva intuito come la lotta e l’impegno per la pace, contro la militarizzazione della Sicilia, si intrecciavano a doppio filo con un impegno più antico: quello antimafia e per la democrazia. Intuizione talmente profonda da armare la mano della mafia che, 26 giorni dopo quella straordinaria giornata, il 30 aprile a Palermo assassinava lui e Rosario Di Salvo.

 

 I missili a Comiso indicavano che il nuovo fronte del conflitto si stava spostando nel Mediterraneo. A distanza di 30 anni il Mediterraneo e la Sicilia costituiscono ancora fronte e centro degli interessi di guerra: il territorio di Niscemi sta per ospitare l’arma perfetta per i conflitti del 21° secolo: il MUOS, Mobile User Objective System, mentre la base Usa e Nato di Sigonella sta per trasformarsi nella capitale mondiale dei famigerati aerei senza pilota.

 

Il MUOS di Niscemi è uno dei quatto terminali terrestri parte di un programma gestito  dal Dipartimento della Difesa USA: una rete di mega antenne e satelliti per telecomunicazioni veloci. È un sistema per propagare e moltiplicare gli ordini di attacco convenzionale, chimico, batteriologico e nucleare, ad uso esclusivo delle forze armate degli Stati Uniti d’America. Tre terminali sono installati nel sud-ovest dell’Australia, nel sud-est della Virginia, e nelle isole Hawaii. Il quarto ha trovato “ospitalità” nella sughereta di Niscemi, dove sono già state devastate decine di ettari di riserva naturale e dove sono già per essere installate tre grandi antenne paraboliche dal diametro di più di 18 metri e alte quasi 150 metri che guideranno, con le loro onde elettromagnetiche, missili e aerei senza pilota. Gli studiosi non allineati con il pensiero unico dominante ne denunciano il pesante impatto sull’ambiente, sulla salute delle persone, sul traffico aereo e hanno già definito il MUOS un pericolosissimo maxi forno a microonde.

 

A Sigonella sono già stati installati i primi droni del tipo Global Hawk, Predator e Reaper, gli stessi utilizzati quotidianamente in Afghanistan, Iraq, Pakistan, Somalia, Yemen, Libia, per colpire obiettivi civili e militari e assassinare anziani, donne e bambini. Nei piani dei Signori del Pentagono, entro la metà del secolo le Guerre saranno del tutto automatizzate. Decisioni, piani e ordini di attacco saranno esclusivamente demandati ai robot, ai computer, ai terminali terrestri e satellitari e ai droni. Per la prima volta nella storia dell’Umanità, vita e morte, pace e guerre non risponderanno alla volontà e alla coscienza dell’Uomo.

 

Già ora le evoluzioni dei droni sui cieli siciliani, eticamente immorali, comportano insostenibili pericoli per le popolazioni e il traffico aereo civile. Le operazioni sugli scali di Catania-Fontanarossa e Trapani Birgi sono sottoposti a pesanti limitazioni, i passeggeri subiscono ingiustificati disagi e l’economia e il diritto di mobilità vengono irrimediabilmente compromessi. Come è stato ipotizzato da più parti, l’iperattività dei droni di Sigonella potrebbe prefigurare un’azione di guerra in Siria e, più tardi, in Iran.        

 

Il dilagante processo di militarizzazione dell’Isola e di trasformazione in un’immensa portaerei di morte e prigione-ghetto per i migranti e richiedenti asilo che fuggono dalle guerre africane e mediorientali ha tuttavia risvegliato la coscienza di migliaia di siciliani. Nella Sicilia sud-orientale sorgono decine di comitati di lotta contro il MUOS, mentre in provincia di Catania cresce l’allarme per la base di Sigonella. A distanza di 30 anni le riflessioni e le azioni dei protagonisti di quella stagione di lotta trovano sponda in un composito movimento formato soprattutto da giovani e giovanissimi, da associazioni e singol* cittadin*, che rifiutano l’idea di Sicilia come portaerei e avamposto armato nel Mediterraneo, e lavorano perché la nostra isola sia piattaforma di pace e dialogo, terra capace di valorizzare le proprie risorse naturali e culturali e perché il Mediterraneo non sia più un cimitero marino ma diventi un Ponte di Pace e di cooperazione fra i popoli.

 

Adesso è importante potenziare le iniziative di lotta e le azioni di denuncia e controinformazione ed estendere il movimento contro le guerre in tutta la Sicilia a partire dai luoghi dove sorgono i sempre più sofisticati apparati di morte (da Augusta, base dei sottomarini e delle unità navali a capacità e propulsione nucleare, alle grandi basi radar di Marsala e Noto-Mezzogregorio, allo scalo militare-civile di Trapani-Birgi alla stazione radar antimigranti di Melilli, all’Arsenale di Messina proposto come megadiscarica delle unità navali NATO da rottamare, ecc.).    

 

Facciamo appello ai cittadini siciliani di

 

  • riaffermare con forza e costanza un impegno e una volontà di pace
  • denunciare la continua militarizzazione del nostro territorio (da Trapani a Lampedusa, da Sigonella a Niscemi, ecc.), lo sfruttamento e la distruzione del mare, delle coste, del territorio
  • superare le ipocrisie di chi da una parte dice di voler sostenere l’ansia di libertà dei popoli arabi e che poi in realtà utilizza le bombe anche contro civili inermi per assicurarsi il controllo delle fonti di approvvigionamento energetico
  • sconfiggere chi pensa al Mediterraneo solamente come un unico immenso mercato dentro il quale solo le merci hanno diritto a muoversi e chi ha voluto blindare le nostre frontiere, trasformando porzioni della nostra isola in lager dove tenere segregate migliaia di persone (il megaCara di Mineo ne è un vergognoso esempio)
  •  sostenere in maniera attiva i processi di liberazione dei popoli dai regimi corrotti ed oppressivi nell’area mediterranea
  • promuovere una comunità mediterranea dei diritti, per uscire insieme dalla crisi economica, costruendo con la Solidarietà un nuovo internazionalismo fra i popoli
  • rilanciare l’impegno contro le organizzazioni criminali, la borghesia mafiosa e i poteri forti, per la democrazia e la libertà
  • sostenere la campagna per la smilitarizzazione di Sigonella e dell’aeroporto di Trapani e la loro trasformazione in scali civili internazionali

 

 

Primi firmatari:

Andrea Ballarò (Cobas Antirazzista Palermo), Anna Bucca (Arci Sicilia), Nicola Cipolla (CEPES), Alfonso Di Stefano (Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella), Mario Forgione (…), Nadia Furnari (Ass. antimafia Rita Atria), Federico Galletta (Officina Rebelde), Valerio Marletta (sindaco di Palagonia), Antonio Mazzeo (giornalista e peace researcher), Teresa Modafferi (Cobas Scuola Catania), Antonio Riolo (CGIL Sicilia), …….

anche l’ANPI di Catania ha aderito all’appello.