“all’armi siam fascisti” il film

 

 

 

http://www.youtube.com/watch?v=Wd1vuH8d9DU

 

 

Ma che cos’è All’armi siam fascisti!, quali le ragioni per cui è stato maledetto a destra e, nella sostanza, rimosso a sinistra? Per intenderlo vanno almeno ricordati due fatti: intanto l’avere accolto in senso militante la lezione del luglio ’60 e cioè il neofascismo risorgente con gli scontri a Porta S. Paolo, a Piazza De Ferrari a Genova, i compagni freddati sul selciato a Reggio Emilia, i sinistri rumori di sciabole del governo Tambroni; e poi il rifiuto della vulgata antifascista nel senso del patriottismo nazional-popolare con la certezza, viceversa, che il regime di Benito Mussolini sia stato propriamente l’organizzazione armata della violenza capitalistica, antipopolare e, in primis, antioperaia.
È, questo, un punto di vista di classe che mette in allerta l’Istituto Luce, il quale rifiuta di concedere i materiali di repertorio, tanto che gli autori sono indotti ad attingere a fondi esteri, archivi ufficiosi e privati, tra cui quelli di Joris Ivens, della Cinémathèque parigina, della resistenza antifranchista in esilio e della Repubblica jugoslava. Il periodizzamento è scandito nel lungo periodo, tra le aggressioni coloniali in Libia (con la drammatica apertura sui libici impiccati dagli italiani «brava gente») e il culmine della guerra fredda che da noi coincide con i trionfalismi di «Italia ’61», tra i rigurgiti neofascisti e l’apertura a sinistra della DC di Aldo Moro.
Solitari travagli
La sintassi del film, laddove è più evidente la mano di una grande documentarista come Cecilia Mangini, procede per blocchi la cui figura dominante è l’antitesi e pertanto la netta distinzione di interessi/ideali/ prospettive fra «loro» (gli eminenti, i detentori del potere economico-politico, l’alto clero della cultura) e «noi», gli assoggettati al dominio di classe, gli individui ammutoliti, deprivati di potere e destino.
Se la musica di Egisto Macchi, nelle sue volute di spessore epico come negli stacchi antilirici e didascalici, è memore dei rivoluzionari Kurt Weill e Hanns Eisler, il commento è affidato, nientemeno, a Franco Fortini. Ci informa il suo biografo Luca Lenzini (nella accurata cronologia che precede, introdotti da Rossana Rossanda, i Saggi ed epigrammi, Mondadori «I Meridiani» 2003) che costui si è congedato dal Psi già nel 1957, dopo anni di isolamento e di aspre polemiche, all’uscita di uno dei suoi libri maggiori, la raccolta saggistica Dieci inverni. Contributi ad un discorso socialista.
Nei mesi di un travaglio persona- le e ideologico cui sopravvive solamente il rapporto con alcuni outsider del partito (su tutti Raniero Panzieri e Gianni Bosio: e qui si veda nel dettaglio, ricchissimo di riferimenti e apporti documentari, il volume di Mariamargherita Scotti, Da sinistra. Intellettuali, Partito socialista italiano e organizzazione della cultura 1953-1960, appena uscito da Ediesse) Fortini sceglie lo straniamento e il magistero di Bertolt Brecht, perciò le sue parole sono dette frontalmente, per catene anaforiche e legami metonimici esonerati dalle oscurità e ambiguità del Grande Stile novecentesco. Se infatti Brecht aveva scritto che «i massacratori escono dalle biblioteche», così Fortini, che lo ha tradotto, si pronuncia davanti alle maschere immonde della dittatura: «I veri maestri/ non lasciano tracce, non si esibiscono ai balconi/ e per questo ancora oggi/ non si possono fare senza rischio i loro nomi./ I maestri di Mussolini e di Hitler,/ di Farinacci e di Eichmann/ sono negli uffici studi delle banche,/ nelle poltrone dei consigli di amministrazione;/ sono sulle cattedre universitarie,/ nella Accademia Berlinese delle Scienze/ o nella Accademia d’Italia».
Scegliere, decidere
Affidandone la partitura scritta a una collana diretta dal suo compagno Gianni Bosio (Tre testi per film, Edizioni Avanti! 1963), Fortini lamenterà alcune insufficienze dell’opera e tuttavia ribadirà il fatto che la storia è innanzitutto storia della lotta di classe e che il nemico principale, ora come allora, resta l’ordinamento capitalistico della società.
Nella sequenza finale di All’armi siam fascisti!, mentre scorrono le immagini dei morti nel luglio del ’60, il poeta passa direttamente al «voi» e chiede dunque a tutti noi: «La vostra coscienza che cosa ha da dire?// Bisogna scegliere, bisogna decidere. Il vostro/ destino è solo vostro. Rispondete».
frammento di un’articolo di Massimo Raffaeli intitolato:”Parole frontali nel segno di Brecht”
Tratto da “Il Manifesto” del 7-12-11