CONSIGLIO NAZIONALE DELL’ANPI 31 MARZO/1°APRILE 2012 RELAZIONE DEL PRESIDENTE Sommario: 1. Premessa – 2. La situazione politica: a) la situazione interna e il Governo “tecnico”; b) questione morale e questione politica; c) la situazione internazionale; d) i cittadini. 3. Ruolo e iniziativa dell’ANPI. 4) Tutto bene, dunque? Un quadro variegato e complesso (tesseramento, militanza, comunicazione; la “memoria”, la questione della “memoria condivisa”, le donne, i giovani, le generazioni intermedie). 5) L’orientamento e l’identità dell’ANPI. 6) Il metodo e i comportamenti, nella vita dell’ANPI. 7) Conclusioni.

Anzitutto consentitemi un saluto affettuoso a tutti gli intervenuti. È la prima volta che si
riunisce il Consiglio Nazionale, nella nuova composizione decisa dal Congresso; ed è la
prima volta che si riunisce comunque, dopo il Congresso.
Un saluto particolarmente caldo va alla Presidenza onoraria, che oggi è qui riunita per
partecipare al dibattito ed alla quale, per la sua composizione e per la peculiare storia
personale di ciascuno dei suoi componenti, è dovuto il più profondo rispetto e il più
affettuoso senso di fraternità e vicinanza.
Fa piacere incontrarci in tanti, per discutere e confrontarci in una fase particolarmente
complessa della vita nazionale; io credo molto nella partecipazione e nella discussione,
nella forma più libera, anche se abbiamo dovuto stabilire alcune regole, col consenso di
tutti, perché questa è pur sempre un’Assemblea e non un incontro occasionale fra iscritti;
un’Assemblea che completa, in un certo senso, il quadro che abbiamo già cercato di
delineare col Congresso e dopo, in una direzione di maggiore equilibrio non solo
territoriale ma anche di genere.
1. È necessaria, peraltro, una PREMESSA.
Il Consiglio nazionale, disciplinato dall’art. 7 dello Statuto, è assieme alla Presidenza
onoraria, un consesso non deliberante, ma oggetto di “consultazione” da parte del
Comitato nazionale, “in merito alle più importanti questioni di interesse generale e
associativo”.
Questa precisazione va fatta perché il Comitato nazionale resta l’unico organo a livello
nazionale dotato di poteri decisionali, ovviamente in applicazione della linea adottata ed
approvata dal Congresso. Questo significa che non è questa la sede per modificare quella
linea, a cui, peraltro, devono attenersi tutti gli organismi statutari, compreso, dunque,
anche il Comitato nazionale.
È questa la ragione per cui anche eventuali ordini del giorno possono qui essere soltanto
esaminati, ma ogni decisione spetta, al riguardo, al Comitato nazionale.
Insomma, chi per avventura fosse rimasto in minoranza al Congresso, non troverebbe qui
la sede opportuna per tentare di ribaltare o modificare le decisioni adottate allora ed
espresse con chiarezza nel documento politico approvato a conclusione del Congresso
nazionale e che troverete a vostra disposizione. Siamo, qui, invece, per chiarirci le idee
sulla situazione politica, in Italia e fuori di essa e sullo stato attuale dell’ANPI nella
situazione data. Un ruolo certamente già definito, ma che presenta – come’è naturale –
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una problematica complessa, proprio per valutare le modalità concrete di attuazione
dell’indirizzo generale.
Problema, questo, che ci assilla quotidianamente, a Roma e in tutte le sedi periferiche,
perché è proprio dal modo con cui applichiamo gli indirizzi generali che scaturisce la
credibilità dell’ANPI e appare o meno adeguata la risposta che quotidianamente diamo
agli interrogativi che le tematiche e le questioni concrete ci impongono.
Questo non significa che il confronto tra idee e valutazioni diverse debba essere meno
libero; ma che esso deve svolgersi all’interno della linea direttrice che il Congresso ha
fissato, in una ricerca continua di individuare le modalità corrette perché non ci siano
incertezze sulla nostra identità e sulla nostra funzione nel momento presente.
Il Comitato nazionale è dunque pienamente disponibile ad ascoltare suggerimenti,
indicazioni, proposte e a tenerne conto il più possibile, perché questo è il vero senso di
quella “consultazione” di cui parla l’art. 7 dello Statuto; ma sarà altrettanto fermo nel
pretendere il rispetto della linea complessiva e delle regole scritte e non scritte che
regolano la nostra Associazione e ne costituiscono la base e il fondamento.
2. Passando all’unico punto dell’ordine del giorno, tratterò separatamente, anche se in realtà i
temi sono fortemente intrecciati, la situazione politica e l’iniziativa dell’ANPI. Lo farò
nel modo più sintetico possibile, anche se si tratta di due temi altrettanto complessi e
meritevoli di ampia riflessione. D’altronde è la prima volta che il Consiglio nazionale si
riunisce ed è indispensabile fissare le basi della discussione, su un ambito il più ampio e
definito possibile.
a) La situazione interna. La situazione è profondamente mutata rispetto al momento in cui,
un anno fa, si è tenuto il Congresso nazionale. Non c’è più il Governo Berlusconi,
sostituito da un Governo, come si dice, di “tecnici”, al quale, peraltro, è impossibile
negare un forte e determinato ruolo politico. La crisi, che circa un anno fa si voleva
negare, è oggi riconosciuta da tutti e si presenta in termini assai più gravi, anche per
coloro che pur non avevano creduto a ciò che ci raccontava il Governo precedente. Oggi
sappiamo che la crisi è strutturale, non investe solo l’Italia e neppure solo l’Europa e si
risolve, a ben guardare, anche in una vera e propria crisi del sistema capitalistico e
finanziario.
Molte novità, dunque, rispetto al Congresso. Ma subito occorre fare una precisazione: non
c’è più, è vero, il Governo Berlusconi, ma Berlusconi non è scomparso per sempre e
addirittura non è scomparso neppure temporaneamente, perché continua a guidare i suoi,
anche se spesso disorientati e contraddittori, ma sempre pronti a ricompattarsi agli ordini
del capo. Certo, Berlusconi non sembra più lui; privato del potere immediato, non è però
privato del potere di ricatto sul Governo; ed è lui che ancora determina la politica del suo
disordinato esercito, pieno di crepe, ma in definitiva sempre allineato sulle scelte peggiori.
Ne è prova il fatto che, nonostante il contrasto con la Lega, che si è collocata
all’opposizione, in diverse occasioni li abbiamo visti votare insieme per salvare questo o
quel parlamentare o per tentare di compiere ancora qualche operazione assai peggio che
discutibile. Attenti dunque, ai colpi di coda ed alle illusioni troppo facili.
C’è sempre, e neppur tanto dietro le quinte, un capo deciso a salvare solo se stesso e la sua
azienda, anche a costo di mandare in rovina il Paese.
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Dobbiamo tenere sempre presente tutto questo, per capire ciò che succede e regolarci di
conseguenza.
Il Governo “tecnico” è quello che è: un complesso di persone molto diverse da quelle di
prima, con facce normali, con livelli di competenza e di credibilità incomparabili con
quelli dei soggetti che li avevano preceduti. Ma un Governo in qualche modo limitato, da
un lato dai veti e dalle imposizioni del PDL e dalle non sempre lineari scelte parlamentari,
dall’altro dalla sua stessa natura. Questo è un Governo di ispirazione fortemente liberista,
molto ossequiente al liberismo che imperversa in Europa; molto attento, anche, non solo a
ciò che viene dall’Europa, ma a ciò che l’Europa desidera; quindi un Governo dal quale
sappiamo esattamente cosa aspettarci e sul quale non dobbiamo farci soverchie illusioni;
che tuttavia non presenta, al momento, alcuna alternativa, e che è utile e necessario,
quanto meno per salvarci dal peggio. Un Governo di fronte al quale bisogna guardarsi,
nello stesso tempo, dall’eccessivo ossequio così come da ogni tendenza demolitrice, che
rischierebbe di trascinarci su un terreno che abbiamo sempre aborrito, quello del “tanto
peggio tanto meglio”.
Ma allora, si dirà, perché a questo Governo abbiamo scritto una lettera (uso il plurale
perché la lettera l’ho scritta io come Presidente, ma in piena assonanza con l’opinione
dell’intera Segreteria) di compiacimento e di stimolo? Qualche volta, quella lettera
bisognerebbe rileggerla, perché essa esprimeva ed esprime la nostra linea in termini
oltremodo chiari. Ci siamo compiaciuti dell’avvenuto cambiamento di Governo perché
questo significava liberarsi da un Governo che stava conducendo alla rovina il Paese e
perché – quanto meno su alcuni terreni – forniva garanzie di credibilità anche all’estero e
suscitava aspettative non prive di fondamento. Ma non abbiamo mai smesso di ricordare –
anche in quella lettera – che noi apprezziamo l’impegno di operare con rigore ed equità,
ma ci aspettiamo che esso venga mantenuto in tutti i sensi e in tutte le direzioni e
soprattutto nel senso che noi diamo a quelle parole, quando per “rigore” intendiamo non
solo sacrifici ma serietà, dignità e correttezza, e per equità intendiamo anche socialità e
solidarietà. E non mancavamo di chiedere, a quel Governo, di adoperarsi per uscire non
solo dalla crisi economica, ma anche da quella crisi etica e di valori da cui il Paese è
afflitto e che può risolversi solo con un forte richiamo ai valori fondamentali del nostro
sistema costituzionale, gli unici che possono assicurare un vero “riscatto” al nostro Paese.
Qualche sprovveduto continua ancora oggi a sostenere che noi (ed io, in particolare)
avremmo sostenuto e sosterremmo il Governo Monti a oltranza. Saranno compagni anche
bravi, ma di scarse letture, altrimenti avrebbero percepito che proprio dalla lettera risulta
un nostro modo di incalzare il Governo, cercando di spingerlo verso soluzioni eque e
sociali. Ed avrebbe notato che almeno quattro o cinque volte, sulle News, ho criticato il
Governo per atteggiamenti e comportamenti che non corrispondevano alle nostre attese;
ed anche ora che il Governo ha disvelato il suo disegno sull’art. 18 dello Statuto (che pure
avevamo intuito e denunciato apertamente) non ho mancato di prendere posizione e
formulare critiche anche forti (basta leggere, al riguardo, l’intervista che il “Manifesto” ha
pubblicato il 22 marzo, pag. 4). Abbiamo cioè seguito la linea che ci eravamo proposti,
senza tentennamenti, ma con consapevolezza.
Peraltro, il Governo Monti ha svolto e svolge la sua funzione con i limiti cui ho accennato,
compresi quelli suoi connaturali. Ci ha dato, dunque, ciò che potevamo aspettarci, senza
illusioni, anche se – per alcuni aspetti – era lecito confidare in un maggiore equilibrio fra i
due termini già richiamati ed anche se di recente ne abbiamo visto il peggio proprio in
tema di riforma del mercato del lavoro. Della quale peraltro io ho ripetutamente contestato
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la necessità nei termini in cui è stata posta almeno per quanto riguarda l’art. 18, e pur
tenendo conto che c’è anche qualche aspetto positivo per ciò che riguarda il precariato.
Ma insisto nel dire che una riforma avrebbe senso solo se fosse diretta davvero a ridurre
disoccupazione e precarietà e soprattutto se fosse adottata insieme a serie misure di
sviluppo. Francamente, mi sembra troppo spesso di sentir parlare d’altro, restando
convinti che la questione dell’art. 18 non serve né ad assicurare la crescita né ad
alleggerire l’insicurezza di alcuni milioni di lavoratori, ma risulta finalizzata a venire
incontro ai desideri della peggiore Europa e forse di alcuni dei più accaniti liberisti del
nostro Governo e magari anche del nostro Paese (e a qualcuno, anche del Centro-sinistra).
In realtà, bisogna dirlo chiaramente, quello che ora il Governo propone per l’art. 18 non
aumenterà di una sola unità i posti di lavoro; e nessuno dovrebbe avere il coraggio di
insistere ancora sulla tesi che è l’art. 18 che impedisce agli imprenditori stranieri di
investire in Italia, dal momento che tutti sanno che l’ostacolo è rappresentato da ben altro:
dal complicato ed elefantiaco sistema burocratico e dalla presenza della mafia, sempre più
agguerrita e forte in ogni zona del Paese.
In più, occorre ribadire che i princìpi restano, e devono restare, validi in periodo di crisi; e
non dovrebbe essere difficile capire la differenza tra i cosiddetti “simboli” ed i princìpi di
fondo di un sistema come quello del diritto del lavoro.
Infine, mi sembra poco saggio, da parte di un Governo che si regge sull’appoggio di tre
partiti ed ha bisogno anche del consenso sociale per affrontare il Parlamento, puntare su
temi che dividono il mondo sindacale e magari anche uno dei “sostenitori”, qualificato e
responsabile.
Ma questo non significa che dobbiamo “mandarli a casa”, perché questo non servirebbe ad
altro che ad acuire la crisi, sotto ogni punto di vista, e a far tornare in campo i peggiori.
Una campagna elettorale affrontata in condizioni di incertezza, e con questa legge
elettorale sarebbe aperta a mille incognite e sostanzialmente risulterebbe assai pericolosa.
Siamo dunque stretti fra due condizioni, in qualche modo, insormontabili, tra le quali
bisogna destreggiarsi.
D’altronde non saremo noi a decidere se il Governo può o deve restare. Noi possiamo e
dobbiamo essere critici ogni volta che occorra e spingere nella direzione del sostegno a
quei valori costituzionali che particolarmente ci premono. Da questo punto di vista,
sarebbe sciocco disertare le occasioni che si presentano di estrarre da questo Governo ciò
che riteniamo il meglio, non per noi ma per il Paese, appunto sul piano dei valori
costituzionali. È la ragione per cui sono andato all’incontro del ministro Terzi sul tema
delle stragi nazifasciste del ’43 – ’45, andrò alla Casa Cervi il 24 aprile per partecipare ad
una manifestazione sulla democrazia a cui parteciperà anche la Ministra Cancellieri, e mi
incontrerò con il Ministro Profumo, in aprile, per parlare di educazione alla legalità. Tutti
temi che ci premono e sui quali abbiamo il dovere di insistere presso il Governo, in
qualche misura incalzandolo, ove necessario.
Ma il resto non tocca a noi. Sta ai partiti e in particolare a quelli della sinistra, il non facile
compito di sostenere il Governo anche in Parlamento, ma cercando di ottenere il massimo
di equità, evitando qualunque cedimento sui princìpi, cercando di proporre ai cittadini
alternative possibili e concrete per quando verrà il momento di votare.
È compito dei partiti eliminare questa ignobile legge elettorale e predisporne un’altra che
rispetti la volontà dei cittadini; ed anche – se credono – di avviare un dialogo su alcune
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riforme, ma non sul terreno del rafforzamento dell’esecutivo e del poteri del Presidente
del Consiglio, come pare si stia escogitando, pur nella disapprovazione di molti.
Anche in questo caso, ci spetta una funzione di stimolo e di esplicazione di quella
“coscienza critica” di cui si è parlato tanto nel Congresso e che deve risolversi non già nel
ruolo del grillo parlante, ma in quello di un’Associazione che parla dall’alto della sua
autorevolezza e della sua storia, col continuo richiamo ai valori della Resistenza e della
Costituzione, ai quali ogni Governo, tecnico o politico, dovrebbe rigorosamente attenersi.
Ciò che, a mio avviso, deve essere evitato ad ogni costo, da parte dei partiti democratici, è
quello di apparire succubi di un sistema necessitato ma nel quale smarriscano la propria
identità e la propria funzione, per assumere un ruolo subalterno e anonimo che potrebbe –
oltretutto – giocare contro di loro nel momento della prova elettorale.
Questo significa, a mio avviso, tener duro sulla Rai, tener duro sulla giustizia e sull’equità
e magari insistere un po’ di più sul fatto che se manca una parte di copertura per i nuovi
ammortizzatori sociali, ci sarebbe sempre di riserva una pur limitata patrimoniale, della
quale – purtroppo – non si parla più, evidentemente per un veto che viene da parte del Pdl.
Significa anche non farsi trascinare in un vicolo cieco o in pericolosi compromessi – in
tema di corruzione – in una situazione in cui il fenomeno sta assumendo il carattere di
profonda diffusione, e dunque sarebbe logico provvedere ad irrobustire la responsabilità
penale, anziché indebolirla, frantumando con emendamenti improvvidi, un reato che, se
eliminato, aprirebbe la strada per far finire nel nulla tanti processi, compreso quello che
ormai va sotto il nome di “Ruby”.
Non dirò altro per ciò che attiene al Governo.
Aggiungo solo che nel nostro Paese tira una brutta aria, un clima di intimidazione e di
violenza che deve preoccuparci. Aumentano, di continuo, i rigurgiti neofascisti: la
violenza esplode, ad ogni occasione anche in forme verbali, ma più spesso in forme
fisiche. Una violenza indiscriminata che assume di volta in volta, il carattere del razzismo,
il carattere dell’omofobia e quello della esasperata protesta, oltreché quello della vendetta
sulle donne, che per alcuni stanno diventando troppo libere, anche di rifiutare ed allora
meritano di essere addirittura uccise; una violenza che preoccupa e ci fa temere per il
futuro. Bisogna fare attenzione, perché la storia ci insegna che dalle crisi si può uscire
facilmente a destra, sulla base di reiterate manifestazioni di violenza e di intolleranza, che
poi provocano reazioni dei ben pensanti e alla fine conducono a regimi autoritari o
populisti.
È giusto e doveroso, dunque, da parte nostra, il richiamo alla necessità del civile confronto
e del reciproco rispetto; ed è altrettanto giusta la ferma e netta posizione da assumere,
senza se e senza ma, contro ogni forma di violenza, sia che provenga da privati sia che
costituisca un abuso di potere da parte di coloro che sono preposti all’ordine pubblico e
che mai come in questo momento sono tenuti all’attenzione, alla calma, al rispetto dei
diritti, come si conviene ad un Paese democratico.
b) QUESTIONE MORALE E QUESTIONE POLITICA
La situazione, sul piano della correttezza e della moralità sta diventando sempre più grave.
Se all’epoca di tangentopoli si era parlato di un sistema che coinvolgeva partiti,
imprenditori e finanzieri, oggi siamo in presenza di una corruzione che ha il carattere della
“diffusione” – a tutti i livelli – e con manifestazioni tra le più svariate; una corruzione che
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invade anche i livelli più bassi, senza alcuna esclusione, riguardando grandi trasferimenti
di denaro ma anche tante altre forme con cui si corrompe la vita economica e politica
nazionale. Non commenterò ciò che si legge sulla stampa, che è semplicemente
impressionante. Mi limito a dire che se la corruzione riguarda eminentemente la politica e
i settori vicini ad essa, tuttavia non ne vanno esenti altri settori e la stessa società civile.
Aggiungo che il confine tra le azioni eticamente criticabili e quelle che rientrano nel
codice penale è divenuto ancora più labile; e tuttavia non se ne traggono le conseguenze
necessarie: c’è una scarsissima tendenza – tra i politici – alle dimissioni, largamente in
uso negli altri Paesi; c’è, in compenso, una larga tendenza a proclamare la propria
innocenza, ad ammettere soltanto di aver fatto qualche leggerezza, ma restando
rigorosamente e fermamente al proprio posto, dando in questo modo un pessimo
insegnamento ai cittadini e allontanando ancora di più questi ultimi dalle istituzioni e dalla
politica. Si forma così un senso di assuefazione che non esclude, per altro verso, una larga
dose di indignazione. Non si alza in maniera sufficiente il livello di riprovazione morale e
sociale verso la corruzione come tale, ma si abbassa, invece, la quota di rispetto e
considerazione verso la politica.
In questa situazione, si riparla della legge sulla corruzione, che peraltro non va avanti
perché c’è chi non la vuole o la vuole a suo uso e consumo; ma non tutti hanno chiaro che
il rimedio non sta solo e soltanto nella repressione penale, quanto nella introduzione di
migliori e più efficienti controlli e di adeguate verifiche, insomma di antidoti efficaci. E
soprattutto sta nella prevenzione, che implica anche un consistente lavoro sulla sensibilità
e la coscienza dei cittadini.
Da ciò l’esigenza di una campagna, da parte nostra, che riporti in primo piano la
trasparenza, la morale pubblica e privata, la correttezza nella pubblica amministrazione,
come vuole la Costituzione, e nei comportamenti privati, che dovrebbero ispirarsi a
correttezza e chiarezza anche per quegli aspetti che, troppo spesso, appaiono secondari
ma, in realtà, tali non sono.
Per ciò che attiene alla politica è sempre più evidente la necessità di una svolta radicale
nel modo di essere dei partiti, oggetti ormai di pubblica e diffusa disistima. I partiti sono
necessari, lo dice l’art. 49 della Costituzione, ma devono essere diversi, più democratici,
più vicini alla realtà, più collegati alle esigenze dei cittadini, più capaci di anteporre
l’interesse generale a quello egoistico dei vari gruppi. Anche su questo punto dobbiamo
essere chiari: noi siamo contro l’antipolitica; siamo per la “buona politica”, incitiamo i
partiti al cambiamento e insistiamo perché si cambi la legge elettorale, restituendo ai
cittadini il diritto di esprimere liberamente la loro volontà nella scelta non solo dei partiti
ma anche dei candidati e nella possibilità di chiedere poi agli eletti di rendere conto del
proprio operato.
Chiudo su questo punto, rilevando che se diciassette anni di malgoverno e mal costume
hanno fortemente aggravato la situazione, tuttavia bisogna aver chiaro che essa è ancora
più risalente nel tempo, talché bisogna andare molto lontano per ritrovare le origini del
male. Forse un giorno sarà il caso di ammettere, e io spero che questo giorno venga
presto, che se si fosse dato retta a Berlinguer quando pose con forza la questione morale,
forse molte cose sarebbero andate diversamente.
c) Solo qualche rapido accenno alla SITUAZIONE INTERNAZIONALE. La crisi investe
e preoccupa gran parte del mondo, lasciando, per ora, indenni soltanto le nuove grandi
potenze, tuttora in fase di espansione. Anche questa è una situazione tutta da verificare
perché si coglie anche là, e particolarmente in Cina qualche scricchiolio, di cui si sta
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cercando di interpretare il significato. Politicamente, la questione è complessa, perchè
negli USA è in atto un’accanita lotta in vista delle presidenziali del novembre 2012; i
commentatori dicono che Obama è in ripresa e lo è soprattutto perché è riuscito a far
aumentare in modo notevole l’occupazione e sta affrontando con piglio più deciso altre
questioni sociali di fondo.
In Europa, i due Paesi più importanti sono in campagna elettorale e stanno andando alle
elezioni; e l’esito sarà, senza dubbio di grande importanza per tutti. Trovo fondamentale la
scelta dei partiti “socialisti” di Francia, Germania e Italia, di richiamarsi ai princìpi
generali del socialismo cercando – al tempo stesso – di fornirne una interpretazione
moderna. Molto positiva è l’approvazione di un manifesto comune, già importante di per
sé, in quanto espressione di una volontà unitaria, ma rilevante anche perché si delinea
finalmente un programma alternativo.
Il problema vero, però, è l’Europa, che non riesce a decollare sul piano politico come un
organismo complesso ma unitario, e conserva intanto accentuati indirizzi liberistici, con
conseguenze disastrose come la politica che è stata condotta nei confronti della Grecia, e
gli indirizzi generali che vengono indicati a vari Paesi, con carattere perentorio. Senza
dimenticare l’imprudente concessione di notevoli quantità di denaro alle banche senza
porre condizioni precise che le costringessero a favorire lo sviluppo delle imprese e
sostanzialmente consentendo la destinazione di tutto questo denaro a risanamenti interni
delle banche.
Purtroppo, le istituzioni politiche europee non sono capaci di esprimere una volontà unica
e determinata, non si presentano sul piano internazionale come un complesso solido
politicamente (e non solo e non tanto come un mercato), capace di realizzare politiche
efficienti e volontà determinate su tutte le questioni che agitano non solo il Mediterraneo,
non solo il Medioriente, ma spesso il mondo intero.
È chiaro che se all’Europa monetaria non si aggiungerà al più presto l’Europa politica e se
questa non riuscirà a colorarsi di equità sociale e di solidarietà, ne pagheremo tutti le
conseguenze e ci resterà il rammarico dell’ennesima occasione perduta.
A tutto questo bisogna aggiungere che i problemi dell’Africa, di alcune aree del Mediooriente,
e in genere dei Paesi sottosviluppati, diventano sempre più gravi; sono in pericolo
la salute e la vita di milioni di persone; i diritti umani sono ovunque fortemente
compromessi e calpestati. Difficile restare inerti di fronte a situazioni di simili entità e
gravità. Occorrono soluzioni positive anche per porre fine o almeno ridurre le ragioni che
stanno alla base di questa migrazione di enorme portata, che – oltre ad essere iniqua per i
protagonisti – crea, a sua volta, problemi di particolare difficoltà in tutti i Paesi. Deve
essere ben chiaro, però, che resta ferma la nostra assoluta convinzione, in aderenza all’art.
11 della Carta Costituzionale, che i conflitti e i problemi interni dei vari Paesi non
possono essere risolti con la forza e con le armi, ma devono trovare nella composizione
pacifica, nello sforzo diplomatico e negli accordi fra i vari Paesi, la loro soluzione più
adeguata alle singole situazioni. Altrimenti, ci si imbarca sempre in avventure di cui non
si riesce a capire né la portata né le effettive conseguenze. Certo ci sono Paesi che
presentano anche situazioni di particolare pericolosità e gravità, come quelle che si
verificano in Iran e, in modo estremamente drammatico, in Siria. Ma occorrerebbe
l’espressione di una volontà unitaria molto più forte e molto più chiara, con l’adozione di
sanzioni ed altri sistemi idonei a fermare la violenza terribile che soprattutto in Siria viene
usata contro chiunque decida di collocarsi all’opposizione, nella convinzione che si tratta
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di salvare, a tutti i costi e con ogni strumento diverso dalle armi, la libertà e la stessa vita
di tante donne e uomini.
Queste situazioni pongono peraltro problemi di particolare rilievo anche per noi, posto che
nel documento congressuale abbiamo inserito l’impegno di provvedere a garantire la
tutela non solo dei diritti civili, politici e sociali tradizionali, ma anche di quelli umani.
L’Italia, quindi, deve assumere una posizione molto netta e noi dobbiamo spingere in
questa direzione, per la difesa dei diritti di tutti e per contribuire soprattutto al successo
della pace nel mondo. Questo mondo che ormai è come si dice, globalizzato, nel quale
tutto si collega, nel quale ciò che avviene in un singolo Paese ha rimbalzi anche in tutti gli
altri, per cui bisogna modificare molte delle nostre convinzioni e molti dei nostri modi di
essere. Riflettevo, nei giorni scorsi, sul titolo di un giornale “Affari e Finanza”, che
recitava testualmente “La Cina frena, il mondo trema”, esprimendo così due concetti
importanti. Il primo è che anche in Cina si stanno presentando sintomi di crisi, e non è
chiaro nemmeno se si tratti di una crisi oggettivamente determinata da situazioni
economiche e produttive o di una crisi che la stessa Cina sta provocando per operare un
riassetto del proprio modello di sviluppo e per confrontarsi meglio sul terreno
internazionale. Il secondo concetto, altrettanto serio, è la seconda parte della frase (“il
mondo trema”), perché questo sta a significare che davvero c’è una profonda
interconnessione fra le economie e i sistemi di tutto il mondo, nel senso che ciò che
avviene in una parte lontanissima, può riflettersi anche su di noi. Così apprendiamo che
forse anche i giganti hanno i piedi di argilla e contemporaneamente dobbiamo
preoccuparci, perché una loro eventuale crisi non mancherebbe di operare riflessi anche
pesanti sulla crisi che noi stiamo attraversando e sulla nostra complessiva situazione
economica.
Finisco su questo punto con un solo accenno ad altri temi che, pur meritevoli di essere
ampiamente sviluppati, richiederebbero dei tempi di cui non disponiamo. Li enuncio solo
per titoli.
La forte svolta verso destra in Europa e segnatamente in Ungheria (seguita rapidamente
dalla Slovacchia), dove il sistema sta assumendo sempre di più il carattere della dittatura e
del rifiuto del riconoscimento anche solo dei diritti umani; la crescita e la diffusione in
tutta Europa dei movimenti neonazisti; la possibilità di apertura di conflitti in Mediooriente
di portata estremamente allarmante; la mancanza di serie prospettive per una
rapida soluzione del problema palestinese; l’approdo non sempre esaltante dei movimenti
che sono andati sotto il nome di “primavera araba” e che ora presentano un malcerto
destino e suscitano notevole preoccupazione perché se è positivo che siano riusciti a
liberarsi di alcuni dittatori, potrebbe essere assai negativa la prospettiva di finire sotto il
fanatismo e l’estremismo religioso. Quindi, una situazione che deve essere osservata con
estrema attenzione, maneggiata con grande cura e con cautela, di fronte alla quale
l’Europa dovrà finalmente assumere una posizione unitaria. Aggiungo un’ultima
considerazione dettata da fatti recenti. La strage che è avvenuta nei giorni scorsi in
Francia, evidentemente per motivi razziali, si aggiunge a quella che poco tempo fa era
avvenuta a Firenze per motivi analoghi, anche se in maniera sostanzialmente diversa.
Questo significa che la xenofobia, l’antiebraismo sono ancora vivi fra noi, nonostante
l’esperienza del passato, e nonostante il rifiuto da parte di tutto il mondo civile degli orrori
che si sono verificati in Europa negli anni tra la prima e la seconda guerra mondiale.
Siamo in presenza di un pericolo serio, che non deve essere sottovalutato, perché non
esistono dei “pazzi” che agiscono individualmente e senza alcuna provenienza. In tutti i
casi che finora si sono presentati, dietro l’apparente pazzia, c’era un curriculum di
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esperienze nazifasciste, di contatti con gruppi di estrema destra, di fanatismi e così via, e
dunque non solo bisogna preoccuparsi di queste tragedie, ma bisogna anche affrontare e
studiare i fenomeni con molta attenzione. Come dirò più avanti, noi lo stiamo facendo e
stiamo cercando di approfondire la riflessione su quello che accade; ma occorrerà un
approfondimento reale da parte di tutti e qualche iniziativa concreta da parte dell’Europa.
d) Un’ultima notazione sulle reazioni dei cittadini a tutto ciò che sta avvenendo, alla crisi,
alle vicende politiche e sociali a cui io ho accennato. Ci sono stati e ci sono tanti segni
positivi, a partire dal 13 febbraio 2011 in poi: il movimento delle donne, la vittoria nelle
elezioni di alcuni Comuni importanti come Milano, Napoli, Cagliari, la vittoria nei
referendum di giugno, la significativa raccolta di firme per l’abrogazione della legge
elettorale; le manifestazioni sindacali, soprattutto della CGIL e della FIOM; i movimenti
di protesta e di indignazione che in vari momenti si sono espressi con molta forza.
Ma la crisi crea difficoltà serie, su questo terreno; alcune proteste devono cedere il passo a
fronte del ricatto del posto di lavoro; in altri casi, le difficoltà di vita per intere famiglie
finiscono per allontanarle, piuttosto che avvicinarle, dai centri di aggregazione, compresi
quelli sindacali, talvolta ridotti all’impotenza. E in genere, ma in modo costante, c’è una
forte difficoltà di coagulo per i movimenti e soprattutto nel cercare di indirizzarli verso
obiettivi realizzabili e di dare continuità e convergenza alle loro azioni.
In un Paese in cui abbondano i particolarismi, è difficile ricondurre ad unità le proteste,
trasformare i singoli atti in comportamenti unitari, con sbocchi definiti. Si erano create
grandi attese, ad esempio, dopo la vittoria in alcuni Comuni, che ho già ricordato; ma –
spesso – i risultati sono apparsi limitati o non facilmente visibili per tutti; ciò è dovuto alla
pesante eredità che è stata lasciata dalle precedenti amministrazioni e alla problematica
possibilità di migliorare e fornire servizi efficienti, mentre si subiscono tagli rilevanti e
dunque mancano sostanzialmente le risorse. E non sempre, bisogna dirlo, il sostegno dei
cittadini si realizza davvero, nella insistente pretesa di risultati immediati ed evidenti,
nella costante sottovalutazione delle difficoltà, nel perdurare di sacche di egoismo che non
consentono di guardare al di là del proprio particolare.
Naturalmente e per concludere sul punto, tutto quanto ho detto pone problemi nuovi e seri
anche per noi, costringendoci a fare i conti con una realtà più complessa di quanto mai
avessimo immaginato ed a cercare di adeguare le nostre strutture e le nostre azioni alle
necessità imposte da situazioni che non erano usuali e non appartenevano alla nostra
tradizione.
3. RUOLO E INIZIATIVA DELL’ANPI
In una situazione così complessa, qual è lo stato di salute dell’ANPI? Lo definirei buono
(anche se non ancora ottimo) per tutte le ragioni che cercherò di sintetizzare.
Crescono gli iscritti (9827 iscritti in più- nel 2011- rispetto al 2010, secondo i dati
disponibili finora); aumentano le articolazioni sul territorio (comitati provinciali, sezioni,
ecc.) crescono le sezioni estere (ormai presenti o in corso di costituzione in Francia,
Inghilterra, Svizzera, Belgio, Germania). In totale, abbiamo oggi 64 Comitati provinciali
oltre alle sezioni all’estero.
C’è un grande fervore di iniziative, dunque, anche nelle zone in cui gli organismi sono di
origine assai recente e difettano perfino le sedi; c’è voglia di fare, di inventare, di crescere.
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La giornata del tesseramento è andata bene; ne sono stati colti, in genere, il significato e il
valore politico, e i risultati sono stati più che soddisfacenti.
Abbiamo svolto alcune iniziative di particolare rilievo, tutte pienamente riuscite: ne
ricorderò solo alcune:
– la manifestazione in Campidoglio per il 150° dell’Unità d’Italia; preceduta da un incontro
informale con i nostri iscritti, fra cui molti giovani, nel centro Congressi Frentani, al
mattino;
– il corso di formazione “modello”, a Parma, nei giorni 18, 19 e 26 febbraio;
– il convegno a Bolzano “su Autonomia, democrazia, lavoro” (23 marzo).
Siamo intervenuti come parte civile in tutti i processi ancora in corso, davanti ai Tribunali
militari, per le stragi del ’43-’45.
Abbiamo, stipulato convenzioni di collaborazione con le Università di Cagliari e Foggia.
Abbiamo, infine, raggiunto un’intesa con l’Istituto nazionale per la storia del Movimento
di Liberazione, per realizzare un quadro completo e ragionato di tutte le stragi compiute
dai nazifascisti nel periodo 1943/1945.
Adesso, abbiamo in cantiere parecchie iniziative:
– il 25 aprile, Festa nazionale a Milano;
– il 4 maggio, “Confronto di generazioni, dall’esperienza delle donne partigiane, alla realtà
delle ragazze d’oggi”, a Roma, con la partecipazione di Marisa Ombra, Paola Soriga, ed
un’altra giovane;
– un seminario sul neofascismo e sui limiti della legislazione vigente, il 12 maggio, presso e
con la collaborazione dell’Istituto Cervi;
– la preparazione della Festa dell’ANPI a Marzabotto, con vari gruppi di lavoro che si
stanno occupando dell’organizzazione, delle iniziative “ludiche” e di quelle politiche.
Queste sono solo le iniziative nazionali. Ma poi ci sono le iniziative in tutta Italia, sulla
memoria, sulla Costituzione, sull’antifascismo, sui diritti, insomma su tutte le tematiche
indicate nel documento conclusivo del Congresso.
Come si vede, un impegno molto rilevante, a tutti i livelli, davvero eccessivo rispetto alle
nostre strutture organizzative ed ai nostri mezzi economici. Un onere che si può sostenere
solo con molto rigore e con un coinvolgimento diffuso del maggior numero possibile di
dirigenti e attivisti.
A questo fine, abbiamo adottato due misure importanti: la prima è l’approvazione, nel
Comitato nazionale, del Regolamento, che fornisce regole certe almeno in alcuni campi,
specificando e completando, nei limiti del consentito, la scarna normativa dello Statuto.
La seconda è l’approvazione, da parte della Segreteria e dello stesso Comitato nazionale,
di un organigramma di rafforzamento strutturale, soprattutto con il conferimento di una
serie di incarichi specifici di lavoro a membri del Comitato nazionale ed anche ad alcuni
che non ne fanno parte, ma si sono dichiarati disponibili a collaborare. In questo modo,
dovremmo consolidare il nostro impegno, gravando meno sui singoli componenti della
Segreteria e ponendoci in grado di affrontare gli impegni che in parte sopravvengono per
forza di cose e in parte creiamo noi stessi nell’interesse dello sviluppo dell’Associazione.
Nei nostri progetti di lavoro, gli obiettivi prioritari sono:
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– il consolidamento delle nostre strutture, in tutta Italia, ma particolarmente nelle sedi di più
recente formazione e di minor tradizione (soprattutto nel centro sud, nelle isole e nelle
sezioni all’estero);
– un forte impegno, anche culturale, sul terreno dell’antifascismo;
– la diffusione della formazione, dei quadri e degli stessi iscritti;
– l’intensificazione e diffusione delle nostre forme di comunicazione (la news-letter, il
“Cantiere”, il sito, “Patria”, le circolari non solo organizzative, ma di orientamento e
sollecitazione);
– l’ulteriore miglioramento della tempestività e della chiarezza degli indirizzi (un tema sul
quale abbiamo già fatto molto, ma che si può ancora irrobustire);
– la redazione e presentazione di un “progetto” completo di lavoro e di iniziative sulle stragi
nazifasciste del ’43-’45;
– l’approfondimento e lo sviluppo del lavoro sul fascismo (sia su quello del ventennio, sia
su quello che si presenta oggi, in forme varie) e sull’antifascismo, ingaggiando una grande
campagna culturale e di conoscenza ed individuando le più efficaci misure di contrasto ai
rinascenti fenomeni di neo-fascismo, comunque camuffati;
– l’irrobustimento dei rapporti di collaborazione, nella reciproca autonomia, con la
fondazione Di Vittorio, con l’Auser, con “Libera”, con l’Istituto Cervi, nonché con gli
Istituti storici della Resistenza;
– l’irrobustimento dei rapporti con le altre Associazioni partigiane e con la Confederazione
dei partigiani e combattenti.
4. TUTTO BENE, DUNQUE? UN QUADRO VARIEGATO E COMPLESSO
Non è nel nostro DNA essere soddisfatti e sederci sugli allori. Anche perché – al di là di
tutte le iniziative intraprese e in cantiere – c’è un obiettivo di fondo che siamo chiamati a
perseguire: quello del traghettamento dell’ANPI verso una situazione nuova, anche sul
piano generazionale, senza snaturare i connotati dell’Associazione. Un obiettivo da
perseguire quotidianamente, non sempre agevole, ma che deve essere sempre al vertice
dei nostri pensieri, anche perché esso pone diversi problemi, da risolvere via via e di cui
dirò più avanti.
Dunque, soddisfazione per ciò che siamo riusciti a fare, ma accompagnata dalla
convinzione che molto ancora ci resta da fare, soprattutto sul piano della organizzazione,
dell’impegno diffuso, dell’orientamento, del consolidamento della nostra identità, e della
nostra autonomia.
Sono questi i temi sui quali, ragionevolmente, non possiamo dirci del tutto soddisfatti e
dobbiamo impegnarci al massimo, per superare ogni ostacolo o difficoltà.
Dell’organizzazione e delle relative misure ho già detto e non ci tornerò, se non per
ribadire, ancora una volta, che il tesseramento non è un fatto tecnico-economico, ma un
fatto politico, perché è attraverso di esso che riusciamo a sopravvivere e perché esso resta
la forma migliore e più diretta per un contatto con i già iscritti e con quelli che potremo
iscrivere. Ed ancora: il proselitismo, pur necessario, non può ridursi alla distribuzione di
tessere. C’è un divario troppo forte, tra l’iscrizione e l’impegno politico. A noi occorrono
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non solo più tesserati, per inorgoglirci di fronte all’aumento dei numeri, ma occorre
militanza, impegno diffuso, partecipazione. Se in qualche caso, è comprensibile che si
possa dare la tessera ad una personalità che ci tiene ad averla, anche se non ci darà mai un
apporto effettivo, in tutti gli altri casi, dobbiamo compiere uno sforzo per trasformare
l’iscritto in un militante; un fatto che figurerà poco nelle statistiche, ma sarà veramente
decisivo ai fini della nostra azione complessiva.
Sempre sotto un profilo analogo, devo anche dire che l’impressione è che troppe delle
nostre comunicazioni e informazioni si arrestano al livello del Comitato provinciale e
talora del solo Presidente. Ci sono organismi che hanno capito il problema e quindi
garantiscono la diffusione automatica di tutto ciò che produciamo, alle sezioni ed a tutti
gli iscritti. Ma in molti casi questo non avviene. Ed è grave perché in realtà avremmo
bisogno di molto di più. Una parte notevole delle comunicazioni, informazioni e prese di
posizione non è destinata solo al nostro interno, ma dovrebbe raggiungere il maggior
numero possibile di cittadini. E qui siamo davvero sulle sabbie mobili. Non si pratica più
la diffusione del nostro materiale davanti alle chiese o nelle fabbriche, come si faceva una
volta; certamente non lo pretendiamo, ma resta fondamentale la necessità di fare in modo
che la nostra parola esca dal chiuso delle nostri sedi e vada a raggiungere i cittadini;
questo è davvero un imperativo categorico, una necessità imprescindibile.
Ma ancora: noi siamo complessivamente in linea con la memoria, nel senso più
tradizionale; siamo pronti a ricordare, a portare corone nei luoghi deputati, ad organizzare
manifestazioni per determinate ricorrenze “classiche”. Ma siamo ancora un po’ carenti sul
terreno della memoria “attiva”, che è quella che mira a far conoscere, ad accompagnare al
ricordo la storia, la conoscenza e la comprensione degli eventi. Su questo piano c’è ancora
molto da fare, molto da esplorare, molto da inventare; ma anche questo è essenziale, anzi
addirittura inderogabile. Sono necessarie più iniziative sulla Resistenza, sulla
Costituzione, sugli eventi successivi alla Liberazione, sulle stragi del dopoguerra, sulle
malefatte del fascismo del ventennio e di quello della Repubblica di Salò. La conoscenza
di tutto questo, accompagnata al ricordo dei caduti o dei singoli eventi, costituisce la vera
“memoria”, quella che respinge la polvere dagli archivi e oppone una barriera
insormontabile alla pressione del tempo e dell’oblio.
Ma dobbiamo anche compiere seri passi avanti sul terreno del più rigoroso contrasto alla
linea che si cerca di far avanzare, a proposito della cosiddetta “memoria condivisa”. Fin
d’ora, intendo fare qualche precisazione su questo punto – investito in questi anni – da una
particolare insistenza da troppe parti, in modo perfino sospetto.
È chiaro che ogni Paese civile dovrebbe aspirare ad avere una memoria “comune” o
“condivisa”. Ma riproporre stancamente il tema, come se si trattasse di una cosa già
raggiunta o comunque facile da raggiungere, non produce alcun risultato ed anzi, in
qualche modo, è mistificante.
Noi abbiamo pagine gloriose, nella nostra storia, come Risorgimento, Resistenza,
approvazione della Costituzione. Sarebbe bello se ci fosse una memoria “condivisa”; ma
come si fa a parlarne se tanti problemi sono ancora aperti, e non certo per colpa nostra?
C’è stato l’anniversario dell’Unità d’Italia e c’è voluto tutto l’impegno di due Presidenti
della Repubblica per farlo passare come una cosa “normale”, perché molti erano i
detrattori, i neoborbonici, gli assertori di un risultato disastroso, gli aspiranti addirittura
alla “secessione”. Sulla Resistenza, è in atto da molti anni un’ondata di negazionismo,
revisionismo e addirittura di “revanscismo”, per usare la icastica definizione di uno
storico; si continua a negare il valore della guerra di liberazione, limitandola ad una
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“guerra civile”; si nega al 25 aprile il valore di Festa nazionale e addirittura si arriva a
proporne l’abolizione come festività. E non parliamo del furibondo attacco alla
Costituzione che in mille forme si è esplicata, da tanti anni, dapprima con la svalutazione
e lo svuotamento, poi con la disapplicazione, ed infine con proposte di modifiche a dir
poco incredibili; tant’è che un costituzionalista ha potuto intitolare un suo libro in modo
significativo “L’assedio, la Costituzione e i suoi nemici”.
Ed allora, di che cosa parliamo, se ne mancano tutti i presupposti e sono in troppi da un
lato a richiedere la “memoria condivisa” e dall’altro a fare il possibile perché essa sia
irrealizzabile?
Lo storico Giovanni De Luna, in un suo recente libro, fa riferimento a quel patto
“minimo” che dovrebbe esistere in ogni Paese civile, circa le fondamenta della nazione,
un patto attorno al quale si dovrebbe costruire la convivenza civile e le sue espressioni
storiche, i monumenti, le lapidi, le festività, gli insegnamenti nelle scuole e così via.
Ma questo patto “minimo”, da noi, non si è mai realizzato; ed è davvero grave che
neppure questo sia stato possibile, se non sotto un unico profilo, che è quello del tentativo
di mettere sullo stesso piano i combattenti per la libertà e quelli per la dittatura e
l’occupazione straniera.
A questo gioco non possiamo starci. E tuttavia, dobbiamo continuare ad insistere perché il
Paese faccia i conti con la propria storia, con lealtà e chiarezza, e divenga finalmente
possibile almeno la realizzazione di quel patto minimo di cui parla De Luna.
Tornando ai nostri problemi, abbiamo ancora carenze per quanto attiene alle donne ed ai
giovani.
Per le donne, abbiamo perfino problemi di linguaggio, che pure – in molti casi – diventa
sostanza. Una compagna attivissima e molto attenta mi ha fatto rilevare, una volta, che
dovrei attenermi più spesso a criteri “inclusivi” parlando sempre di “cittadine e cittadini”,
di “donne e di uomini” ed usando formule che non diano il senso della separatezza.
Aveva ed ha ragione; ma, naturalmente, non è solo un problema di linguaggio. Dobbiamo
sostenere il “coordinamento donne dell’ANPI” che sta lavorando, in stretto rapporto con
la dirigenza nazionale, senza la pretesa di trasformarsi in organismo statutariamente non
previsto, ma con la volontà reale di cogliere la specificità femminile, per farne occasione
d’incontro, di riflessione, di scambio di esperienze, con l’obiettivo di rafforzare l’ANPI
tutta, con l’apporto specifico e determinante delle donne, come avvenne nella Resistenza.
Non si può ridurre tutto ad un sistema tipo “quote”; occorre, invece, garantire una
partecipazione effettiva, e non contrassegnata dalla complementarietà alla vita
dell’Associazione; e dobbiamo sapere che favorire l’uguaglianza e superare le distinzioni
di genere che non trovano fondamento nelle naturali diversità fisiche, è un compito di
tutti, dunque compresi gli uomini, che devono – nell’interesse dell’ANPI – riuscire a
superare quei pregiudizi che ancora sono così diffusi nella società; un superamento che si
può raggiungere anche con l’esempio, che deve essere coerente nei comportamenti, nelle
iniziative, nella vita quotidiana dell’Associazione.
Per quanto poi riguarda i giovani, forse ne parliamo troppo e combiniamo poco, finendo
per porre un problema che, a forza di schematismi, finisce per diventare immaginario.
La verità è che sono affluiti molti giovani, ma per tante ragioni non riusciamo ad inserirli
né negli organi dirigenti, né nel quadro complessivo della nostra attività. Questo avviene
un po’ anche perché molto spesso sono occupati anche se non stabilmente, (ma anche il
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precariato, sotto un certo profilo, restringe la libertà, quanto meno sotto il profilo della
difficoltà di chiedere (e ottenere) permessi). A mio parere, bisogna destinare ai giovani (e
spesso anche ai meno giovani) una particolare formazione, fatta di informazione e messa
in comune di eventi ed esperienze a cui non hanno partecipato e che nessuno gli ha
insegnato, o fatto conoscere; ove possibile, bisogna inserirli negli organismi dirigenti,
specialmente a livello sezionale, perché compiano le esperienze necessarie. Quando si
rendono disponibili, bisogna utilizzarli senza remore, non abbandonandoli a se stessi, ma
aiutandoli a far esperienza e dunque a crescere. Infine, molti giovani ci chiedono di
aumentare le occasioni di incontro e di scambio fra loro, non per essere “autonomi” ma
per trovarsi, parlando un linguaggio comune e socializzando esperienze, sentimenti,
impressioni. Ovviamente, questo non deve trasformarsi in separatezza, perché non ci
sarebbe alcun interesse a collocare i giovani in una sorta di recinto. È per questo che
nell’ambito della Festa a Marzabotto, abbiamo previsto uno spazio dedicato
esclusivamente a loro ed autogestito, seguito poi da un incontro libero e informale col
Presidente per allargare e ampliare lo scambio. D’altronde, noi parliamo sempre di
“giovani” ma dimentichiamo due fatti importanti: il primo è che il momento in cui
“termina” la giovinezza è assai indefinito, tant’è che convenzionalmente, tendiamo a
collocarlo almeno attorno ai trent’anni; il secondo è che la parte più consistente,
numericamente, dell’ANPI di oggi è quella che sta nella fascia per così dire intermedia,
dai trenta ai sessant’anni. Questo nucleo, ormai predominante, ha bisogno di non minore
attenzione, perché spesso ha altrettanto bisogno di formazione e di conoscenza; ed anche
questo è un problema che deve starci particolarmente a cuore, proprio perché si tratta di
un futuro che è già realtà nel presente, nel senso che molti di loro sono già negli organismi
dirigenti, ma non hanno meno bisogno di “farsi le ossa”, come comunemente si dice, di
conoscere e quindi di rapportarsi all’esterno dell’Associazione, con competenza e
consapevolezza.
Infine, questo nucleo intermedio presenta anche un altro problema, quello della frequente
provenienza da altre esperienze politiche e /o partitiche o sindacali e ne porta con sè i
segni, che non è detto siano sempre positivi. Queste esperienze vanno certamente
utilizzate, ma con attenzione, sia perché spesso si viene da esse con un ampio corredo di
delusioni e col rischio di riporre nell’ANPI troppe speranze ed attese, sia perché magari
possono portare nelle nostre fila qualche vizio di origine, in cui risiede la spiegazione di
ciò che sono diventati i partiti, oggi. Anche in questo caso, occorre un grande sforzo di
comprensione, di utilizzo oculato delle energie, di integrazione tra coloro (purtroppo
sempre meno) che vengono dalla Resistenza e quelli che arrivano ora, spesso conoscendo
poco perfino della storia dell’ANPI. Ma è un amalgama che va compiuto, che corrisponde,
tutto sommato, ad un nostro preciso dovere e – per quanto mi riguarda – è la ragione di
fondo per cui mi trovo alla testa di un’Associazione di tanta tradizione e di tanto respiro.
5. Ma il problema fondamentale e più delicato è, ancora una volta, quello
dell’ORIENTAMENTO. È su questo tema che nascono le maggiori difficoltà e i
maggiori problemi. Prima del 2006 era tutto più semplice, perché si era uniti da
un’esperienza comune. Ma dopo quel Congresso, le cose sono molto cambiate, perché
sono venuti “gli antifascisti” ed è partita “la nuova stagione”. Due fatti fortemente
positivi, ma densi di problematiche nuove e in un certo modo originali, mai sperimentate
prima. Gli antifascisti hanno ampliato la nostra complessità di composizione che prima
era basata su esperienze e fondamenti comuni; la nuova stagione ha allargato i nostri
orizzonti e i nostri compiti
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Il Congresso ha cercato di unificare il processo che si era avviato negli ultimi anni con
esiti alterni, conducendolo verso un indirizzo ed un orientamento comuni, sia per quanto
riguarda i soggetti che per quanto attiene ai contenuti.
Non per pigrizia, e tanto meno per desiderio di citare me stesso, ma per ragioni di sintesi e
di semplicità, ripeterò qui ciò che dissi nella relazione al Comitato nazionale del 19
ottobre 2011, che riscosse consenso diffuso nel Comitato e resta tutt’ora valido a fronte di
situazioni che tendono a ripetersi, sulla base di connotati sostanzialmente uniformi.
Dicevo allora che il Congresso ci ha indicato la strada (ed è per questo che la relazione,
quando sarà distribuita, al termine del mio intervento, sarà accompagnata dal documento
politico conclusivo del Congresso, che è e resta, il punto di riferimento di ogni nostra
riflessione ed azione): la memoria, la difesa e l’attuazione della Costituzione, la difesa dei
diritti, l’antifascismo, la democrazia, l’unità delle forze democratiche come elementi
fondamentali per realizzare una svolta contro un sistema di potere incancrenito, corrotto,
ignaro di fronte alla questione morale e sostanzialmente incapace di garantire lo sviluppo
democratico e sociale del Paese. Questa è la linea, non ce ne sono altre e non ce ne
possono essere, e questa è la nostra identità, il nostro sforzo di mantenerla ferma
nonostante tutte le difficoltà. Si capisce che la linea è una cosa e poi, nell’applicazione
pratica, emergono situazioni non sempre ad essa chiaramente e facilmente riconducibili.
Però, se dal Centro si assume una posizione, prima di assumerne una diversa,
bisognerebbe pensarci almeno, come diceva Zavattini, sette volte. Se si considera
l’impegno che il documento conclusivo del Congresso pone nel sottolineare la necessità di
mantenere a tutti i costi la nostra identità e le nostre caratteristiche, prima di assumere
iniziative che non ci sono tipiche o di aggregarsi ad iniziative di altri, bisognerebbe ancora
una volta pensarci sette volte. Non c’è un criterio fisso per qualsiasi situazione, che non
sarebbe prevedibile e non sarebbe auspicabile. Molto spesso i Comitati provinciali e gli
altri organismi dell’ANPI si trovano di fronte a situazioni impreviste, alle quali devono
dare risposta. L’unica risorsa è quella di tenere la barra ferma sulla nostra identità, sulle
nostre finalità e non sconfinare mai. Perché lo sconfinamento ci può attribuire una sorta di
vantaggio momentaneo, nel senso che saremo apprezzati da chi ci ha tirato da quella parte
o ci ha indotto a partecipare ad una iniziativa sulla quale stavamo ancora riflettendo, ma
quel consenso sarà pur sempre limitato a quella parte. Mentre nel vederci assumere ruoli o
di partito, o di movimento sindacale o di movimenti generici di qualsiasi tipo, altri
rimarranno perplessi proprio sul terreno della fiducia e della stima che hanno riposto in
questa ANPI, ben definita, chiara, che viene dalla tradizione, che su quella tradizione ha
innestato una innovazione forte con la “nuova stagione”, ma che considera presupposto
perché essa si realizzi a fondo, il fatto che si mantenga inalterata la nostra identità. Ecco,
questo è il vero problema, in un certo senso davvero, il problema dei problemi, che però
va affrontato con consapevolezza e con reale approfondimento. Su questo punto,
comunque, l’indicazione è che, dovunque insorgano problemi di orientamento e di linea o
contrasti, non li si lasci acuire e non si lasci che i contrasti, come da qualche parte
avviene, paralizzino l’attività della nostra Associazione. In questi casi, è opportuno che si
tenga un’Assemblea regionale con tutti i Comitati provinciali, in cui si affrontino con
franchezza i problemi, cercando di arrivare a soluzioni chiare, trasparenti e condivise.
Vanno peraltro ancora precisati due punti fondamentali.
Il primo riguarda il contenuto, l’oggetto dell’identità dell’ANPI. Lo si desume, come già
accennato, dalla parte finale del documento conclusivo del Congresso: “l’ANPI, custode
della vicenda storica attraverso la quale l’Italia è riuscita a passare dal totalitarismo alla
democrazia, è in campo – come coscienza critica del Paese – per ridare ai cittadini
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fiducia e speranza, per la difesa e la piena attuazione della Costituzione, contro la
corruzione diffusa, per il diritto a un lavoro dignitoso, contro il razzismo e la xenofobia,
per la salvaguardia dell’Unità d’Italia, per una scuola non più fabbrica di precariato”.
Se a questo si aggiungono le affermazioni perentorie contenute nel documento, come
“l’Associazione non è un partito…; l’autonomia dell’ANPI, innanzitutto da ogni partito, è
condizione irrinunciabile dell’unità per una associazione culturalmente e politicamente
pluralista… ; l’ANPI ripudia la violenza in qualsiasi forma si esprima … ; l’antifascismo,
la Resistenza, la Costituzione, sono patrimonio di tutti gli italiani”…; “l’ANPI è la casa
di tutti gli antifascisti che credono nei valori della Costituzione”, il quadro risulta
veramente completo e più che esauriente.
In queste proposizioni c’è tutta l’ANPi, col suo volto identitario preciso e definito, che la
differenzia da partiti, sindacati, associazioni e movimenti e ne fa un “unicum”, che
affonda le radici in una tradizione gloriosa, essendo peraltro capace di rinnovarsi. Tutto il
resto è un corollario, una logica conseguenza di questo “essere” e di questo “modo di
essere” dell’ANPI.
Che in questo contesto rientri a pieno diritto la tutela dei diritti è pacifico. Sul “come” non
ci può essere alcun dubbio: autonomia e non violenza, ma anche qualcosa di più: se si
vuol assolvere alla funzione di “coscienza critica” e mantenere indipendenza e pluralismo,
non si può correre dietro ad ogni manifestazione di pensiero o di azione, ma si deve,
sempre e comunque, restare se stessi. Su alcuni grandi temi, che riguardano i diritti umani,
i princìpi fondamentali e le grandi questioni di fondo a livello nazionale mondiale, l’ANPI
può ben pronunciarsi ed assumere posizioni chiare, trasparenti e precise. Su scelte
strettamente politiche, su iniziative che comportano divisioni, questioni di merito e
quant’altro, l’ANPI deve mantenere con rigore la sua autonomia ed esercitare la sua
funzione di coscienza critica, senza temere di apparire ambigua o incerta. Così ci siamo
regolati finora davanti ad alcune questioni rilevanti (il Governo “tecnico”, la legge
elettorale, i diritti di “cittadinanza”, ecc. ). Ed abbiamo acquistato credibilità ed
autorevolezza, come è dimostrato dall’assenso diffuso alla nostra linea di comportamento
ed alla crescita degli iscritti, anche nei luoghi in cui non c’è stata la Resistenza e la
tradizione non ha operato a nostro favore.
So che a qualcuno queste posizioni sono apparse “pilatesche”, quasi che noi le
assumessimo per lavarcene le mani; so anche che c’è chi vorrebbe trascinarci in mille
battaglie con i nostri simboli e le nostre bandiere, anche quando – semmai – è solo il caso
di capire, solidarizzare ma senza assumere direttamente e in proprio posizioni ed iniziative
specifiche. Ma devo dire che queste posizioni, che nel Congresso sono rimaste
minoritarie, lo restano ancora oggi e sono destinate a restare tali almeno fino a quando non
si deciderà di trasformarci in un’altra Associazione, diversa da quella che è sempre stata
l’ANPI; ma allora si tratterà di un’altra stagione e, probabilmente, della dispersione di un
patrimonio morale acquisito in tanti anni, dal 1945 in poi, di coerenza e di fermezza.
6. L’ultimo aspetto cui intendo accennare è quello relativo al METODO, alle modalità con
cui affrontiamo, nell’ANPI, le questioni più complesse, quelle che riguardano da vicino
proprio la nostra identità, la nostra autonomia e la nostra essenza. È del tutto evidente che
se l’ANPI deve essere rigorosamente autonoma, occorre evitare tutte le occasioni in cui
l’immagine che forniamo possa apparire diversa o ambigua. Eppure ci sono casi di
evidenti contiguità con partiti o associazioni o movimenti, casi di dirigenti che – come tali
– partecipano ad iniziative chiaramente politiche, col concorso di vari partiti e/ o gruppi
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chiaramente definiti e collocati, spesso con scarso pluralismo; ci sono perfino casi di
diffusione di materiali estranei al nostro sistema di comunicazione e schiettamente
politici, se non addirittura partitici. È chiaro che tutto questo deve essere evitato, nel modo
più assoluto, perchè- come diceva Pertini – non basta essere autonomi e indipendenti, ma
bisogna anche apparire tali.
Per altro verso, se è pacifico che l’ANPI ha nel suo DNA l’antifascismo, deve essere
chiaro che esso va praticato con razionalità, fermezza e saggezza, per far conoscere, per
chiarire, per dimostrare, per vincere – insomma – anche una grande battaglia culturale,
con le istituzioni e con i cittadini. Lo scontro diretto, a questi fini, non serve; è utile,
invece, una testimonianza ed una presenza forte ed occorre una seria riflessione sui
fenomeni di neofascismo, come stiamo facendo e come approfondiremo nell’imminente
seminario ed, in seguito, con una iniziativa politica in seno alla Festa, da cui usciranno le
indicazioni necessarie per realizzare un contrasto veramente efficace.
Quanto poi al pluralismo è naturale che per garantirlo occorre prima di tutto il rispetto
delle varie opinioni e la pratica reale del dialogo e del confronto che, ovviamente, sono
tali quando le idee sono argomentate e non soltanto asserite.
Questo, però, deve valere per tutti e deve riposare su alcuni elementi fondamentali: il
rispetto reciproco, la rinuncia alla pretesa di essere sempre dalla parte della verità, la
gelosa difesa del pluralismo stesso e delle sue componenti. Ebbene, su questo piano c’è
ancora molto da fare nella nostra ANPI, perché queste cose – che sono state pacifiche e
incontestabili per almeno settant’anni – sono state più volte poste in discussione, di
recente, da atteggiamenti e comportamenti che con l’ANPI non hanno nulla a che fare.
Pluralismo, dialogo, confronto non si conciliano con l’arroganza, anzi ne soffrono. E
dunque, anche una piccola dose di umiltà, spesso, non farebbe male.
Assistiamo, invece, a comportamenti singolari: il rispetto dovuto a chiunque, ma – se mi
si consente – ad una vita quanto meno coerente, si risolve, talora, nel “dialogare” in
maniera sprezzante, chiamando ironicamente il Presidente che si è permesso di enunciare
posizioni certamente non solo sue , come “quello che ha tanto a cuore la democrazia”;
accade anche che un normale rilievo del Presidente, che non ha neppure il carattere di un
richiamo, venga ringhiosamente rinviato al mittente.
Infine, il “pluralismo” viene inteso – da alcuni – come collegamento anche geografico tra
posizioni analoghe, ampiamente diffuse come se costituissero “la linea”; una giovane
dissidente dichiara che non rinnoverà la tessera, ma si augura che altri continuino la
discussione, oltre tutto con una contraddizione stridente.
Bisogna dire con franchezza che non ci siamo, con posizioni del genere. Intanto dobbiamo
rispettarci, tutti, perché siamo un’Associazione e non un coacervo casuale di persone;
dobbiamo confrontarci – se risultano opinioni diverse – con argomenti e non con
provocazioni; dobbiamo “dialogare”, non gridando, ma esponendo le nostre ragioni.
Questo metodo, ripeto, vale per tutti, per i “vertici” e per la “base”.
Insomma, c’è una parola non scritta nei documenti, ma implicita nello Statuto, nella nostra
storia, nella nostra tradizione: fratellanza
Questo deve unirci, al di sopra di ogni idea e di ogni posizione, perché è per questo che ci
sentiamo bene nella nostra casa comune, che è l’ANPI, è per questo che ci sentiamo
solidali fra noi, è per questo che abbiamo qualcosa che ci distingue dagli altri. Ed è quel
“qualcosa” che ci ha caratterizzato (quelli che c’erano) nella Resistenza ed è rimasto come
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un nostro fondamento imprescindibile negli anni successivi, in questo dopoguerra, in cui il
Paese ha attraversato momenti difficili e sanguinosi, ha superato ostacoli e difficoltà che
miravano a distruggere o a indebolire la democrazia. Ma siamo rimasti fermi, in questa
temperie, nella nostra fratellanza, nel nostro chiamarci di volta in volta “compagni” o
“amici”, o tutt’ e due, ma sempre con lo stesso sentimento che fa di un aggregato di
persone una vera Associazione.
A tutto questo non possiamo, non dobbiamo rinunciare mai. Guai se lo facessimo, se
venissimo meno alla nostra incrollabile e ferma tradizione; guai se non riuscissimo a
passare anche questa fase così complessa e ardua, evitando che il pluralismo e la
molteplicità di idee incidano sui nostri rapporti, ancora una volta sulla nostra fratellanza.
Lo spettacolo che offrono i partiti, anche quelli di sinistra, lacerati spesso da profonde
divisioni, che talora rasentano l’alterco, non può essere il nostro. Anche su questo
dobbiamo esercitare la nostra “coscienza critica”; ma per farlo a buon diritto, abbiamo il
dovere e la necessità di essere “diversi”, dobbiamo educarci ed educare al confronto e al
dialogo.
7. Il passaggio generazionale che dobbiamo necessariamente affrontare, ripeto ancora una
volta, non tanto passando il testimone, quando correndo, per un tratto (per alcuni di noi,
l’ultimo) tutti insieme, non è facile, ma lo supereremo con successo se resteremo fedeli
alla nostra tradizione, ma anche capaci di innovarla in meglio, decisi a rendere sempre più
forte questa ANPI generosa, autonoma, indipendente; questa Associazione gloriosa e in
trasformazione che, se è pronta a rinunciare ad ogni concezione “eroica” non è altrettanto
disponibile a venir meno alle sue tradizioni, alla sua identità, a ciò che ne costituisce la
ragion d’essere e il punto di riferimento di tante speranze; a ciò – insomma – che la rende
tanto cara al nostro cuore ed al nostro pensiero.