Incubo MUOS per l’aeroporto di Comiso di Antonio Mazzeo

Le microonde del MUOS, il nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari dei militari USA in via d’installazione a Niscemi, interdiranno l’uso dell’aeroporto di Comiso e di buona parte dello spazio aereo siciliano. Alla vigilia del tavolo di lavoro inter-istituzionale che dovrà fissare l’ennesima data di apertura dello scalo ragusano, lo studio dei rischi associati alla realizzazione del MUOS a firma dei professori Massimo Zucchetti e Massimo Coraddu del Politecnico di Torino, prefigura interferenze elettromagnetiche incompatibili con il regolare traffico aereo in buona parte della Sicilia orientale. Le mega-antenne per le future guerre degli Stati Uniti d’America rischiano così di contribuire a creare l’ennesima cattedrale nel deserto. Un’opera che è già costata più di 50 milioni di euro e che adesso potrà fare in Sicilia da monumento della cieca e folle obbedienza agli interessi di supremazia planetaria dei padri-padroni d’oltre oceano.

“Le considerazioni sulla compatibilità elettromagnetica (CEM), contenute anche negli studi di impatto prodotti dall’US Navy, indicano come livello di riferimento per il rischio di interferenza elettromagnetica a RF quello di un campo con una componente elettrica di ~ 1V/m”, spiegano gli studiosi del Politecnico di Torino. “Alcuni apparecchi commerciali accusano interferenze e malfunzionamenti in presenza di emissioni elettromagnetiche di alta frequenza già per livelli di campo di 1 V/m. Risultano poi particolarmente vulnerabili a questo tipo di disturbi alcune categorie di dispositivi elettronici, come gli apparecchi elettromedicali (pacemaker, defibrillatori, apparecchi acustici) e la strumentazione avionica, tanto da richiedere particolari cautele nel loro utilizzo”.

Nonostante i dati sulle caratteristiche tecniche dei trasmettitori MUOS siano del tutto carenti e i militari USA si sono guardati bene dal fornire le dovute informazione sul tipo dei segnali inviati, i professori Zucchetti e Coraddu hanno potuto accertare che, in condizioni normali di funzionamento, il fascio di microonde delle parabole viene emesso “con un angolo di elevazione minima, rispetto all’orizzonte, pari a soli 17°” e quindi, a 30 Km di distanza, esso “verrebbe a trovarsi a soli 10.000 metri dal suolo, con un’intensità pari a circa 2 W/m2 (~27 V/m)”. Una densità di potenza enorme che, secondo i due esperti, “è senz’altro in grado di provocare gravi interferenze nella strumentazione di bordo di un aeromobile che dovesse essere investito accidentalmente dal fascio, con conseguenti malfunzionamenti e rischi di incidente”.

Per Zucchetti e Coraddu, gli incidenti provocati dall’irraggiamento accidentale di aeromobili “distanti anche decine di Km.” sono eventualità tutt’altro che “remote e trascurabili” ed è incomprensibile come non siano state prese in considerazione dagli studi progettuali della Marina militare USA. “I rischi d’interferenza investono potenzialmente tutto il traffico aereo della zona circostante il sito d’installazione del MUOS. Nel raggio di 70 Km si trovano ben tre scali aerei: Comiso (di prossima apertura) a poco più di 19 Km dalla stazione di Niscemi, e gli aeroporti militare di Sigonella e civile di Fontanarossa (Catania), che si trovano rispettivamente a 52 Km e a 67 Km”. Sigonella e Fontanarossa, tra l’altro, sono oggetto delle spericolate operazioni di atterraggio e decollo dei velivoli da guerra senza pilota UAV “Global Hawk”, “Predator” e “Reaper”.

Per gli studiosi del Politecnico, l’“irraggiamento accidentale, a distanza ravvicinata, di un aereo militare” potrebbe avere conseguenze inimmaginabili. “Le interferenze generate dalle antenne del MUOS possono arrivare infatti a innescare accidentalmente gli ordigni trasportati”, affermano. “ È quanto accaduto il 29 luglio 1967 nel Golfo del Tonchino a bordo della portaerei US Forrestal, quando le radiazioni emesse dal radar di bordo detonarono un missile in dotazione ad un caccia F-14, causando una violenta esplosione e la morte di 134 militari. Tali considerazioni dovrebbero portare a interdire cautelativamente vaste aree dello spazio aereo sovrastanti l’installazione del MUOS, aree che andrebbero individuate e segnalate preventivamente”.

I rilievi sull’insostenibile pericolo per il traffico aereo del nuovo sistema di telecomunicazioni satellitari sono noti ai tecnici della Marina USA perlomeno da sei anni, al punto di convincerli a dirottare a Niscemi il terminale terrestre che in un primo momento doveva essere installato nella stazione aeronavale di Sigonella. A imporre la differente destinazione finale del MUOS sono state le risultanze di uno studio sull’impatto delle onde elettromagnetiche generate dalle grandi antenne ( Sicily RADHAZ Radio and Radar Radiation Hazards Model), eseguito da due aziende contractor USA, AGI – Analytical Graphics Inc. (con sede a Exton, Pennsylvania) e Maxim Systems (San Diego, California). Nello specifico, è stato elaborato un modello di verifica dei rischi di irradiazione sui sistemi d’armi, munizioni, propellenti ed esplosivi (il cosiddetto HERO – Hazards of Electromagnetic to Ordnance), ospitati nella grande base aeronavale siciliana. Secondo quanto si può leggere nei manuali di prevenzione incidenti adottati dalla Marina USA, “un alto livello di energia elettromagnetica prodotta dalla RFR (Radio Frequency Radiation) può provocare anche correnti o voltaggi elettrici che possono causare l’attivazione di derivazioni elettro-esplosive ed archi elettrici che detonano materiali infiammabili”. Appurato che le fortissime emissioni elettromagnetiche del MUOS possono avviare la detonazione degli ordigni di Sigonella, AGI e Maxim Systems raccomandarono i militari statunitensi di “non installare i trasmettitori in prossimità di velivoli dotati di armamento”. Da qui la scelta di Niscemi.

L’incompatibilità del terminale MUOS con il traffico aereo nello scalo di Comiso era stata denunciata in passato dalla Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella, dal Comitato No MUOS e da alcuni amministratori locali. Il 14 dicembre 2009, a conclusione di una riunione dei sindaci dei Comuni di Butera, Caltagirone, Niscemi, San Michele di Ganzaria e Vittoria, fu emesso un comunicato che segnalava come “l’aeroporto civile di Comiso potrebbe essere costretto alla chiusura per le interferenze elettromagnetiche dell’impianto radar che gli americani intendono realizzare in contrada Ulmo, all’interno della riserva naturale “Sughereta”, sito d’importanza comunitaria SIC”. Denuncie che furono costantemente ignorate dalle autorità regionali, dagli enti preposti alla sicurezza del traffico aereo e dalla SO.A.CO., la società di gestione dell’aeroporto comisana, controllata al 65% da Intersac Holding Spa (azionisti SAC – Aeroporto di Catania, Interbanca e l’imprenditore-editore Mario Ciancio) e per il restante 35% dal Comune di Comiso (l’unico a non esprimersi sino ad oggi contro l’installazione del sistema satellitare).

Sino alla fine e degli anni ’80, Comiso ha ospitato una delle più importanti basi missilistiche nucleari in Europa: quella del 478th Tactical Missile Wing dell’US Air Force, dotato di 112 missili Cruise a medio raggio e di altrettante testate atomiche del tipo W.84 a basso potenziale selezionabile. A seguito del trattato sulle forze nucleari a medio raggio (INF), firmato l’8 dicembre del 1987 dai presidenti di USA e URSS, i Cruise furono progressivamente smantellati e i militari statunitensi abbandonarono la base nel 1991 dopo la fine della prima Guerra del Golfo. Nonostante l’esistenza di un gran numero di edifici ed abitazioni realizzati con fondi NATO (si parlò al tempo di una spesa non inferiore ai 350 miliardi di lire), l’infrastruttura fu del tutto abbandonata per diversi anni, tranne il breve utilizzo nel 1999 per accogliere 5.000 profughi del Kosovo, vicenda che ebbe un epilogo nelle aule giudiziarie per i presunti illeciti nella gestione dell’emergenza “Arcobaleno”. Furono presentati alcuni interessanti progetti di riconversione da parte di istituzioni universitarie, associazioni e soggetti sociali, in buona parte dai costi prossimi allo zero, ma alla fine si decise di puntare alla realizzazione di uno scalo civile passeggeri e merci, senza però valutare la reale domanda di traffico, i futuri costi di gestione e i possibili impatto socio-ambientali. Dopo il pressing a tutto campo della deputazione locale, con delibera del CIPE del 3 maggio 2002 fu approvata la spesa di 47.407.976 euro per realizzare una pista di atterraggio, la torre di controllo e le relative attrezzature di volo, le aree passeggeri e i parcheggi. I lavori iniziarono nell’ottobre 2004 e, seguendo il copione delle grandi opere nazionali, si prolungarono all’infinito. L’inaugurazione del nuovo aeroporto di Comiso è stata promessa ad ogni campagna elettorale: è stata fissata una prima volta per l’autunno del 2006, poi per il 2007, il 2008, il 2009, il 2010, fino all’impegno dell’ex ministro Matteoli di rendere operativo lo scalo entro l’estate 2011. La struttura è stata però consegnata al sindaco di Comiso solo lo scorso 7 novembre 2011, mentre si attende ancora dall’Aeronautica militare l’assegnazione degli spazi aerei e l’approntamento del piano di avvicinamento allo scalo degli aeromobili tramite il centro di controllo esistente nella base militare di Sigonella (lo stesso che dirige il traffico a Catania-Fontanarossa).

Il soggetto gestore è ancora in attesa della certificazione da parte dell’Enac, indispensabile per l’avvio delle attività aeroportuali, mentre prosegue senza soste il flusso di denaro per lo start-up dell’aeroporto fantasma. Nel dicembre 2010, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha firmato un decreto con il quale lo Stato si assume le spese del servizio di assistenza al volo e dei Vigili del Fuoco per i primi tre anni di operatività (circa quattro milioni e mezzo l’anno). Inoltre sarebbero stati messi a disposizione i fondi previsti dalla legge n.102/2009, poco più di tre milioni di euro, per l’adeguamento delle infrastrutture della torre di controllo agli standard Enav. Sempre a “supporto della attività” dell’aeroporto di Comiso, la Regione Siciliana ha destinato con due recenti decreti (27 settembre e 12 ottobre 2011) la somma complessiva di 4,5 milioni di euro. Adesso, con l’entrata in funzione delle antenne del MUOStro di Niscemi, potrebbero tramontare le ultime speranze di vedere decollare un aereo dal multimilionario scalo ragusano.

F-35: Di Paola tenta il colpo di mano Flavio Lotti: l’Ammiraglio-Ministrotecnico sta tentando di bloccare la discussione in Parlamento

 

 

 



Ormai è chiaro. I militari che oggi sono direttamente al governo non solo nella Corea del Nord, in Egitto, in Birmania,… ma anche in Italia non vogliono discussioni. Sono arrabbiati perché non hanno in bilancio tutti i soldi che vorrebbero e non riescono a sopportare che ci sia qualcuno diverso da loro che decida come debbano essere spesi. Per questo, ieri mattina, in Commissione Difesa, hanno invitato i senatori ad occuparsi d’altro fino a che lo Stato Maggiore della Difesa non avrà elaborato la sua proposta. Come a dire: ridefinire il modello di difesa è compito nostro. A voi spetterà solo di dire si o no.

Del resto lo aveva già detto chiaro e tondo domenica scorsa su Rai 3 il nostro Ammiraglio-Ministrotecnico Giampaolo Di Paola: “Stiamo conducendo la revisione di tutti i programmi incluso l’F-35, ma non solo l’F-35. Fra due, tre settimane avrò degli elementi più pertinenti che mi vengono anche dalla parte tecnica che mi permetteranno di proporre innanzitutto prima agli organi competenti, quindi al Governo e alla Presidenza della Repubblica quando ci sarà il Consiglio Supremo di Difesa che sono gli organi competenti ad ascoltare prima da me quelle che sono le mie valutazioni e proposte. Ci sono delle istituzioni che vanno rispettate e io in questo quadro mi muovo.”

Tra le istituzioni da rispettare l’Ammiraglio-Ministrotecnico Di Paola si è dimenticato non a caso il Parlamento. E di seguito: gli italiani.

Il Segretario alla Difesa americano Leon Panetta presenterà il 26 gennaio i primi dettagli del bilancio della difesa 2013. Il bilancio completo del Pentagono sarà presentato il 6 febbraio. Conosceremo le decisioni di Obama anche sugli F-35.

L’8 febbraio si riunisce a Roma il Consiglio supremo di Difesa dove Di Paola intende ottenere il via libera per il programma F-35.

E’ bene che il Parlamento e il Paese si facciano sentire. Chi tace acconsente?

PS. Ringraziamo tutti i parlamentari che si stanno dando da fare. Non sono ancora molti ma cresceranno.

Flavio Lotti
Coordinatore Nazionale della Tavola della pace

Perugia, 19 gennaio 2012

Risiera di San Sabba

 

 

Brani  liberamente  tratti dal libro

“DALLO SQUADRISMO FASCISTA ALLE STRAGI DELLA RISIERA”

curato  dall’ANED  Trieste 1974

Crollato il regime fascista, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e l’occupazione tedesca, la “repubblica di Salò” operò la vergognosa cessione di Trieste, della Venezia Giulia e del Friuli allo stato nazista, che doveva tanto complicare la politica italiana anche dopo la liberazione. Il governo di queste zone chiamato Litorale Adriatico (Adriatisches Kustenland) era stato affidato al governatore della Carinzia ( la stessa regione in cui governa Haider) Friedrich Rainer che era un nazista che odiava l’Italia. Secondo le sue valutazioni etnico-razziali il Friuli e la Venezia Giulia erano per la gran parte estranei alla nazione italiana per cui la loro separazione dallo stato italiano si giustificava anche sotto questo profilo. Egli infatti riduceva la popolazione “etnicamente” italiana del Friuli-Venezia Giulia a sole 250.000 unità complessivamente che egli così ripartiva:100.000 nel Friuli in quanto altri 400.000 erano “furlanern” cioè ladini, differenti di lingua e di razza e 200.000 erano sloveni. 150.000 nell’Alta Istria e a Trieste, cioè nella Venezia Giulia la quale in sostanza era un “miscuglio di popoli” rovinati dall’incapacità dello Stato Italiano. Così, sotto il tallone hitleriano si estende ai territori così facilmente conquistati la barbara azione dell’apparato nazista, non solo per combattere la sempre più vivace e impegnata lotta partigiana, ma anche per estendere a tali territori la mostruosa macchina stritolante delle uccisioni,  deportazioni e delle depredazioni che   colpiscono in modo particolare gli ebrei.Viene allora  requisito un vecchio edificio a suo tempo adibito a stabilimento per la raffinazione del riso, e viene trasformato in campo di smistamento per le deportazioni nei campi di sterminio in Germania, Austria e Polonia, come Fossoli e poi Bolzano,con in più la efferatezza dei campi di sterminio e delle peggiori carceri sotto il controllo delle SS nell’Italia occupata. Non manca nemmeno il forno crematorio per l’incenerimento dei cadaveri dei fucilati e dei morti sotto le torture, per la eliminazione fisica degli elementi ritenuti irriducibilmente nemici del nazifascismo, senza nemmeno prendersi la briga di trasferirli nei campi di Auschwitz, di Mauthausen, di Dachau, di Rawensbruch. Non manca, e non poteva mancare nell’azione poliziesca di repressione e di cattura dei partigiani, dei sospetti di antifascismo, degli ebrei, la collaborazione di fascisti italiani (italiani!), che spesso si distinguono nella gara con le SS per la ferocia del comportamento; quasi a confermare che quanto avviene nel nostro tempo per opera degli epigoni del nazifascismo non è che la continuazione di quelle azioni da parte di gruppi, per fortuna oggi senza potere, ancora avvelenati dai miasmi di allora.  Oggi la Risiera di San Sabba è riconosciuta monumento nazionale perchè “sia conservata ed affidata al rispetto della Nazione per il suo rilevante interesse, sotto il profilo storico-politico”, come prescrive il decreto n.510 del 15 aprile 1965 del Presidente della Repubblica..

Ebbene, il “monumento” deve essere soprattutto dentro di noi, nelle nostre menti e nei nostri cuori, e i suoi 5000 caduti devono aggiungersi nel nostro reverente ricordo agli undici milioni di caduti in tutti i campi di sterminio, per ammonire che l’uomo deve essere liberato, in una società più giusta e più equa, da tutte le cause di odio che generano inevitabilmente la violenza; perché la violenza condanna chi la esercita e chi la subisce, a un grado inferiore quello irrazionale delle fiere.

La storia

Verso la fine di ottobre 1943 il grande complesso di edifici dello stabilimento per la raffinazione del riso, costruito nel 1913 nel rione  periferico di San Sabba, venne trasformato dagli occupanti tedeschi in prigione, campo di smistamento per deportazioni in Germania e deposito di beni razziati agli ebrei e alle popolazioni dei villaggi durante le azioni di rappresaglia in Istria e nel Carso.Dopo qualche mese vennero costruite le celle e l’essiccatoio fu trasformato in forno crematorio: non occorreva costruire il camino in quanto c’era già la ciminiera dello stabilimento alta 40 metri. Il collaudo venne fatto il 4 aprile 1944 con i 70 cadaveri degli ostaggi fucilati il giorno precedente al poligono di Opicina (sobborgo alle porte di Trieste).In breve tempo quindi, e con poca spesa, i tedeschi organizzarono un  campo di sterminio, un grande deposito magazzino e la caserma per la truppa. La Risiera era proprio adatta per i loro piani criminosi. Le finestre vennero murate; tutto il complesso era già recintato; per il controllo bastava il corpo di guardia al cancello, unica entrata.Vicino all’entrata c’era, a sinistra, un piccolo edificio  che serviva da abitazione per il comandante del lager (ora abitazione del custode); a destra un più ampio edificio a due piani per uffici ed abitazioni dei sottoufficiali (ora demolito e lo spazio trasformato in parco). Nel primo cortile c’era anche l’officina e il garage (ora trasformato in cappella). L’edificio centrale, fra i due cortili, si ergeva a sei piani: serviva come caserma.Nel cortile interno, al quale potevano accedere solo gli elementi più fidati, si giungeva attraverso un sottopassaggio a volta, sbarrato da un alto cancello  di ferro. Nel sottopassaggio, a sinistra, si apriva una buia stanzetta, chiamata la “cella della morte”, che accoglieva i prigionieri portati dalle carceri e destinati al forno crematorio.Al piano terra dell’edificio a due piani, a sinistra, erano state costruite le celle dove erano rinchiusi i prigionieri più sospetti. 17 micro-celle nelle quali venivano ristretti fino a 6 prigionieri: tali celle erano particolarmente riservate ai partigiani, ai politici, agli ebrei, destinati all’esecuzione a distanza di giorni, talora di settimane. Le prime due celle venivano usate a fini di tortura  o di raccolta di materiale prelevato ai prigionieri: vi sono state rinvenute, fra l’altro, migliaia di carte d’identità. Nei due piani sopra le celle erano sistemati i laboratori di sartoria e calzoleria per le SS. Gli ebrei e i prigionieri destinati ai campi di concentramento in Germania erano ammassati negli stanzoni dell’edificio a tre piani. Nel lungo tratto ora demolito, oltre l’attuale muro di cinta, c’erano i depositi dei beni razziati agli ebrei e le stalle per il bestiame predato durante  le azioni di rappresaglia nei villaggi d’Istria e sul Carso.Nel cortile interno, proprio di fronte alle celle, in una costruzione più piccola -i segni della sagoma sono ancora oggi sul fabbricato centrale- c’era il forno crematorio. Un canale sotterraneo univa il forno alla ciminiera (ora in sua vece sorge una spirale simbolica in metallo).Per i  dettagli vedi la pagina:la pianta della Risiera di San Sabba. Sul tipo di esecuzioni in uso le ipotesi sono diverse e  probabilmente tutte fondate: gassazione in automezzi appositamente attrezzati, colpo di mazza alla nuca o fucilazione. Non sempre la mazzata uccideva subito per cui il forno ingoiò persone ancora vive. Fragore di motori, latrati di cane appositamente aizzati, musiche, coprivano le grida e i rumori delle esecuzioni.Il forno crematorio e la ciminiera vennero distrutti dai nazisti nella notte tra il 28 e il 29 aprile 1945 per eliminare le prove dei loro crimini. Tra le macerie furono rinvenute ossa e ceneri umane raccolte in tre sacchi di carta, di quelli usati per il cemento. Fu inoltre rinvenuta una mazza ora esposta al museo. Il processo per questi crimini si è concluso  a Trieste nel 1976.