Selex Finmeccanica e i radar delle meraviglie di Antonio Mazzeo

La società è al centro di alcune delle vicende giudiziarie più complesse degli ultimi mesi: l’inchiesta sulle presunte tangenti e le sovrafatturazioni negli appalti ENAV per l’ammodernamento dei radar dell’aeroporto di Palermo Punta Raisi; quella sul sistema Sistri per il tracciamento del trasporto dei rifiuti; o quella ancora sulla malagestione di appalti e commesse nella Protezione civile. Non è certo uno dei momenti migliori per Selex Sistemi Integrati, azienda del gruppo Finmeccanica specializzata nella produzione d’impianti radar per la difesa aerea, navale e terrestre. Si respira inquietudine tra manager e dipendenti e preoccupata è pure l’amministratrice delegata Marina Grossi, nota tra i mercanti d’armi come Lady F, dove la F sta per Finmeccanica, holding presieduta dall’onnipotente consorte Pier Francesco Guarguaglini.
Gli affari però sono non si fermano certo a colpi di ordinanze e avvisi di garanzia. Così Selex Sistemi è pronta a festeggiare il completamento della rete più estesa di sorveglianza al mondo, un centinaio di radar per la copertura di 7.500 km di coste, come dire un impianto ogni 75 km, valore della commessa 400 milioni di euro. Si tratta del Vessel Traffic Management System (VTMS), sviluppato per conto del ministero dei Trasporti e della Guardia costiera italiana, una selva di antenne e centri di trasmissione a microonde che entro la fine del 2011 consentirà d’identificare l’esatta posizione di ogni imbarcazione che si avvicinerà alle coste italiane, tracciando e memorizzando le rotte di più di cinquemila unità al giorno.
Il piano, figlio della cronica sindrome da gigantismo di politici e forze armate nostrane, ha preso il via nel 1999 con l’assegnazione ad Alenia Marconi Systems (poi Selex) di un contratto di 90 milioni di euro per la progettazione e la costruzione dei primi radar del sistema. Dopo l’inserimento da parte dell’Unione Europea tra i progetti cofinanziati dai cosiddetti fondi PON Trasporti (il contributo Ue è stato di 71.469.000 euro), il VTMS è stato ufficialmente presentato nel 2004 dall’allora ministro dei Trasporti, Pietro Lunardi. “Si tratta di un sistema fondamentale per garantire la gestione e la sicurezza del normale trasporto marittimo e delle rotte navali, per contrastare l’immigrazione clandestina e supportare la lotta al terrorismo”, disse Lunardi. L’Italia era ancora sotto choc per gli attentati dell’11 settembre e i programmi di “auto-difesa” privilegiavano le missioni di guerra in Medio oriente, le crociate anti-migranti e la proliferazione di radar e impianti d’intercettazione tra i reparti di esercito, marina, aeronautica, forze di polizia, Guardia di finanza e Guardia costiera. Obiettivo della prima tranche del sistema VTMS, la copertura delle regioni meridionali, prima fra tutte la Puglia, dove sono stati installati tra il 2004 e il 2006, cinque radar per “identificare le piccole e veloci imbarcazioni che giungono dall’Albania per trasportare migranti illegali”, come dichiararono i manager di Selex. Peccato che il flusso dei gommoni da Valona e Durazzo era già crollato da tempo e che gli ingressi “illegali” da est si erano spostati ai confini di terra con la Slovenia.
La seconda tranche contrattuale, per un valore di 298 milioni di euro, fu sottoscritta nel 2006: Selex s’impegnò a realizzare ed installare altri novanta radar e a fornire tre sistemi mobili montati su velivoli leggeri multiruolo “Lince” per l’utilizzo in caso di “emergenze” o “eventi speciali” (sbarchi massicci di migranti, conferenze Nato e di capi di Stato, ecc.). Quando sarà completato, il VTMS italiano comprenderà un centro nazionale istallato presso la centrale del Comando generale delle Capitanerie di porto a Roma; quattordici centri d’area operativi nelle sedi delle direzioni marittime; ottantadue siti della Guardia costiera per la raccolta e l’elaborazione delle informazioni e cento siti sensori. I dati saranno integrati con quelli raccolti dall’Automatic Identification System (AIS), il sistema d’identificazione in dotazione alle unità navali. Sono in corso, inoltre, ricerche per integrare il VTMS con i centri militari che elaborano i dati provenienti dai velivoli senza pilota UAV in dotazione alle forze armate italiane e NATO, “particolarmente per la lotta alla pirateria”, come spiegano i manager dell’industria militare.
Il Vessel Traffic Management System impiega i radar della famiglia “Lyra”, da quelli più piccoli (modello “10”), per il monitoraggio a breve raggio e il trasporto mobile, a quelli più grandi (i “50” e “80”) per la sorveglianza marittima sino a 48 Km di profondità. I modelli “50” e “80”, in particolare, operano nella banda X con una frequenza che si colloca intorno ai 10 Ghz ed una potenza di emissione media pari a circa 5 W. Ciononostante non sono stati forniti studi sul rischio delle emissioni elettromagnetiche per la salute umana e la fauna, eppure buona parte delle installazioni si trova in luoghi densamente abitati.
I centri di sorveglianza marittima più importanti della rete VTMS sono ospitati nelle città portuali di Genova, Venezia, Trieste, Cagliari, Bari, Brindisi, Palermo, Reggio Calabria, Messina e Civitavecchia. Come spiega un comunicato del ministero dei Trasporti “la localizzazione del sistema è prevista però in tutte le regioni costiere italiane, ed in particolare in Campania, Basilicata, Sardegna, Sicilia, Calabria e Puglia”. La regione destinata a ricevere il maggior numero di radar (una decina) è la Sardegna: dopo quelli già installati a Guardia Vecchia (isola de La Maddalena) e Capo Sant’Elia (cagliari), dovrebbero sorgere le stazioni di Punta della Scomunica (nel parco nazionale dell’Asinara), Capo Testa (Santa Teresa di Gallura), isola di Bocca (Olbia), Capo San Marco (penisola di Sinis), Capo Sandalo (isola di San Pietro), Capo Spartivento (Teulada), Capo Ferrato (Muravera) e Capo Bellavista (Arbatax). I siti si trovano tutti all’interno di aree protette e riserve naturali, esattamente come per le postazioni volute dalla Guardia di finanza per installare i radar di produzione israeliana per la sorveglianza e l’intervento anti-migranti (Sant’Antioco, Fluminimaggiore, Tresnuraghes e Argentiera in Sardegna, Capo Murro di Porco, Siracusa in Sicilia, Gagliano del Capo in Puglia). Insostenibili servitù ad altissimo impatto elettromagnetico, fortemente osteggiate da comitati spontanei di cittadini e associazioni ambientaliste in tutto il sud Italia.
Il VTMS è una delle produzioni su cui Selex Sistemi Integrati punta maggiormente per affermarsi nei mercati esteri. Impianti e radar sono stati venduti alla Polonia, alla Russia, alla Cina. In Serbia è stato costituito un consorzio per la realizzazione di un sistema di monitoraggio del traffico navale nel Danubio del valore di 6,4 milioni di euro, mentre in Yemen si sta completando l’installazione di una rete VTMS per il controllo del Golfo di Aden. Si tratta di sei centri con stazioni radar nelle città di Mokha, Kokha, Miun, Khor, al Omirah, Al Shira, Shograh, acquistati in buona parte con fondi della cooperazione italiana. Nel biennio 2009-2010, la Farnesina ha destinato allo Yemen “aiuti” per un centinaio di milioni di euro, sessanta dei quali per “finanziare le prime due fasi del sistema VTMS e la formazione della Guardia costiera yemenita”, come riferisce l’ambasciata italiana nel paese arabo.
Nel marzo dello scorso anno, Selex Sistemi ha inoltre sottoscritto un contratto del valore di 25 milioni di euro per la fornitura di un VTMS al governo della Turchia. Il progetto prevede la creazione di un centro di controllo nazionale ad Ankara, tre centri regionali ad Izmit, Mersin e Izmir e ventiquattro siti sensori, ognuno equipaggiato con il “Lyra 50”. Molto più sostanzioso il contratto sottoscritto nell’ottobre 2009 con il governo libico del colonnello Gheddafi (300 milioni di euro) per un sofisticato sistema di controllo e vigilanza dei confini meridionali (quelli con Niger, Ciad e Sudan), contro gli ingressi “illegali” di migranti provenienti dall’Africa subsahariana. Dopo la sospensione forzata dei lavori per lo scoppio del conflitto in Libia, Selex e Finmeccanica si stanno adesso prodigando con i leader del “nuovo” corso di Tripoli perché siano confermate le commesse belliche già finanziate. Selex, spera di fornire ai libici pure i radar FADR (Fixed Air Defence Radar), modello RAT 31DL, per la difesa aerea e anti-missili, con una portata operativa di circa 500 Km, presentati al salone militare LABDEX 2008 di Tripoli, insieme al VTMS.
Non meno controverso il contratto firmato nell’agosto 2010 con il ministero di sicurezza pubblica di Panama, per la fornitura di un sistema di sorveglianza marittima con un centro di controllo, otto stazioni locali e diciotto radar “Lyra 50” da dislocare su altrettanti siti costieri. Il VTMS panamense rientra nel programma di “cooperazione nell’area della sicurezza legata alla lotta al crimine organizzato e al narcotraffico”, firmato nel giugno 2010 dal premier Silvio Berlusconi e dal presidente della Repubblica di Panama, Ricardo Martinelli. Consegne di sistemi d’arma, unità navali, elicotteri e radar di produzione Finmeccanica in cambio di 180 milioni di euro, intermediario dell’affaire Valter Lavicola, procacciatore presunto di escort e veline per i festini del cavaliere.

Obiettivo Somalia per gli aerei senza pilota USA di Antonio Mazzeo

 

 
Il nuovo direttore della CIA, Leon Panetta, ne è profondamente convinto. Dopo la controffensiva USA in Afghanistan e Pakistan e la morte di Osama bin Laden, il baricentro della crociata internazionale contro il “terrorismo” deve trasferirsi in Corno d’Africa. Target, le milizie somale degli Shabab, accusate dall’agenzia d’intelligence di essere parte della rete di al-Qaeda. “Abbiamo parecchi indizi che mostrano che gli Shabab stanno per colpire obiettivi anche fuori dalla Somalia”, ha dichiarato Panetta nel corso di una recente audizione al Senato. “Al-Qaeda sta trasferendo i suoi affiliati in Yemen, Somalia e nord Africa per fornire aiuti e addestramento al combattimento, ed è in queste regioni che potrebbe emergere il suo nuovo leader carismatico. La CIA sta lavorando con il Comando congiunto per le operazioni speciali USA per cercare di potenziare le forze antiterrorismo”.
Contro la “grande minaccia” rappresentata dalla penetrazione in Africa orientale delle milizie antigovernative sono stati mobilitati i reparti di USAFRICOM, il Comando interforze per le operazioni USA nel continente africano, a partire dagli oltre duemila marines di stanza nello scalo aeronavale di Gibuti. E per scovare e annientare gli Shabab, Washington è pronta ad intervenire con le tecnologie militari più moderne e sofisticate, come i velivoli senza pilota UAV del tipo Global Hawk, Predator e Reaper, ampiamente utilizzati per l’attacco alla Libia.
Secondo il Washington Post, in vista delle nuove operazioni “anti-terrorismo” in Somalia e Yemen, l’amministrazione Obama sta allestendo in Corno d’Africa e nella penisola arabica una serie di basi per i decolli e gli atterraggi dei droni. Una di esse sorgerà in Eti­o­pia, principale alleato USA nella lotta contro gli Shabab somali. Secondo il quotidiano statunitense, da almeno quattro anni Washington chiedeva ad Addis Abeba di autorizzare l’uso di una installazione militare per gli aerei senza pilota. “Il programma ha subito però forti ritardi perché gli etiopi non erano del tutto convinti”, ha spiegato un alto ufficiale USA al Washington Post. “Quando è stata compresa appieno la portata della minaccia degli Shabab, l’Etiopia ha accettato di essere un valido partner nella lotta al terrorismo. Oggi abbiamo una serie di accordi di cooperazione con gli etiopi, specie nel campo dell’intelligence e dello scambio di dati sulle postazioni dei militanti islamici. Noi forniamo agli alleati le informazioni raccolte dai nostri satelliti spia, mentre i militari etiopi ci aiutano a tradurre i messaggi, le telefonate e le e-mail dei membri dell’organizzazione degli Shabab, intercettati dalle agenzia USA”.
La CIA e le altre agenzie di spionaggio statunitensi utilizzano in territorio somalo informatori e agenti segreti di nazionalità etiope. Un’unità speciale delle forze armate USA, la Task Force 88, è operativa in Etiopia e in Kenya da alcuni anni per addestrare le truppe d’élite locali, come ad esempio gli Agazi Commandos, i gruppi di pronto intervento etiopi che hanno partecipato alla sanguinosa offensiva in Somalia di fine 2006.
Un’altra base per le operazioni dei droni contro le postazioni dei miliziani islamici è operativa dal settembre 2009 nell’arcipelago delle Seychelles (Oceano Indiano). “Dall’aeroporto internazionale di Mahé, ha ripreso le operazioni questo mese una piccola flotta di droni hunter-killer, dopo che una missione sperimentale ha dimostrato che i velivoli senza pilota possono pattugliare effettivamente la Somalia partendo dalle Seychelles”, scrive il Washington Post, citando il portavoce di USAFRICOM. I droni, quattro MQ-9 Reaper, sono ospitati in un hangar vicino al terminal passeggeri dello scalo aeroportuale.
Con una lunghezza di 20 metri , gli MQ-9 Reaper possono volare per 40 ore consecutive ad una velocità di oltre 440 chilometri all’ora e un raggio operativo di 4.800 chilometri . Dotati di sofisticate telecamere e sensori per captare qualsiasi oggetto si muova nell’oceano, i velivoli sono guidati da stazioni terrestri e satellitari sotto il controllo dei Comandi US Air Force di Creech (Nevada) e Holloman (New Mexico). I lanci e gli atterraggi dei velivoli sono seguiti a Mahé da un team di un centinaio tra militari e contractor statunitensi.
In principio le autorità politiche e militari di Stati Uniti e Seychelles avevano affermato che la missione primaria degli UAV era l’identificazione delle imbarcazioni dei “pirati” presenti nelle acque somale e nel Golfo di Aden (in codice Operation Ocean Look). “Le Seychelles sono diventate il centro hub per la lotta alla pirateria”, aveva annunciato il ministro dei trasporti delle isole-stato, Joel Morgan, in occasione del primo volo operativo dei Reaper. “Gli aerei senza pilota saranno utilizzati per condurre missioni d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento in un’area che si estende dalle coste somale sino all’Oceano Indiano occidentale”. In pochi tuttavia han creduto alle edulcorate versioni ufficiali, e dopo la pubblicazione sul periodico EastAfrican di un documento del Comando USAFRICOM di Stoccarda, fu chiaro che i Reaper erano destinati principalmente “a cacciare e attaccare i militanti islamici all’interno della Somalia”. Il Pentagono negò però che gli UAV avessero vocazioni offensive e utilizzassero armi a bordo. I cablogrammi dei diplomatici statunitensi, rivelati recentemente da WikiLeaks, mostrano tuttavia che il Pentagono aveva la ferma intenzione di armare i Reaper con missili “Hellfire” e bombe teleguidate da 500 libbre sin dall’inizio delle operazioni nelle Seychelles, esattamente come avviene in Afghanistan e Pakistan.
Gli USA utilizzerebbero droni armati in territorio somalo dallo scorso mese di giugno, quando fu sferrato un attacco missilistico contro due leader Shabab, “vicini al predicatore di origini statunitensi Anwar al-Aulaqi, scampato ad un bombardamento aereo in Yemen il mese precedente”, come ha ammesso il Dipartimento della difesa. Con questo attacco, la Somalia è divenuto il sesto paese colpito dai velivoli senza pilota, dopo Afghanistan, Pakistan, Libia, Iraq e Yemen.
Contro le milizie islamiche radicali, il Pentagono ha pure utilizzato UAV armati, decollati dalle basi di Gibuti. Per potenziare le future opzioni di strike in Corno d’Africa e Yemen, la CIA starebbe pure realizzando uno scalo per Predator e Reaper in un luogo top secret della penisola arabica. Secondo le agenzie di stampa russe, la nuova installazione dovrebbe trovarsi in Bahrein “dove già esiste una base statunitense della V Flotta”, in modo da “assicurare la rotta più sicura dei droni verso lo Yemen, attraverso l’Arabia Saudita, alleato chiave USA”.
Al quartier generale della CIA di Langley (Virginia), è stata attivata di recente un’unità speciale “antiterrorismo” destinata specificatamente a coordinare le operazioni UAV in Yemen e Corno d’Africa. La task force è andata ad affiancare il dipartimento pakistano-afgano della centrale d’intelligence (noto internamente come “PAD”) che persegue al-Qaeda con una flotta di una trentina di Predator e Reaper dislocati in alcune basi pakistane ed afgane. Alla nuova unità giungeranno pure le informazioni e le immagini captate in volo dai grandi aerei-spia Global Hawk che l’US Air Force ha installato lo scorso anno nella base siciliana di Sigonella.