La guerra segreta dei Predator italiani in Libia di Antonio Mazzeo

Gli analisti statunitensi ne sono più che convinti. I velivoli senza pilota schierati dalla coalizione internazionale per le operazioni di guerra in Libia hanno contribuito in modo rilevante al successo dell’offensiva sferrata dalle forze ribelli contro i santuari del potere del colonnello Gheddafi a Tripoli. Frederic Wehrey, politologo della RAND Corporation ed esperto di conflitti mediorientali, sostiene che la scelta degli obiettivi e gli attacchi delle forze anti-governative sono stati “molto più efficaci e meglio coordinati e controllati”  grazie all’uso di “tecnologia fornita individualmente dagli alleati Nato e al  maggiore sostegno diretto e indiretto dell’alleanza militare”. Un anziano diplomatico della NATO, in forma anonima, ha spiegato alla Cnn che i ribelli sono stati aiutati in particolare dalle “operazioni di intelligence e sorveglianza, intensificatesi nelle ultime settimane di conflitto, grazie all’uso dei velivoli armati senza pilota UAV Predator che hanno individuato, segnalato e colpito occasionalmente gli obiettivi”. Secondo i dati forniti dal Pentagono, le sortite degli aerei UAV statunitensi contro le forze terrestri e le difese aeree libiche sono più che raddopiate negli ultimi 18 giorni in comparazione al periodo compreso tra l’1 aprile e il 10 agosto scorso (“1,4 attacchi al giorno contro gli 0,6 antecedenti). Principale base operativa dei Predator USA la stazione aeronavale di Sigonella, in Sicilia.
Alla guerra più o meno occulta dei sofisticatissimi velivoli senza pilota non ha fatto mancare il suo apporto l’Aeronautica militare italiana. Secondo quanto è stato possibile verificare, l’uso dei Predator del modello di ultima generazione “B” avrebbe preso il via tra il 10 e l’11 agosto e sino ad oggi sarebbero state effettutate non meno di tre missioni in Libia. Sotto il controllo del 28° Gruppo “Le Streghe” del 32° Stormo dell’Ami, i Predator sarebbero partiti dalla base di Amendola (Foggia), dove avrebbero fatto rientro a conclusione di missioni di volo durate all’incirca 12 ore ciascuna. “Un velivolo a pilotaggio remoto Predator B è entrato a far parte degli assetti aerei italiani messi a disposizione della NATO per l’operazione Unified Protector  congiuntamente  ai cacciabombardieri “Tornado” ed “AMX”, ai caccia F-16 “Falcon” e agli aerifornitori KC-767A e KC-130J”, conferma il ministero della Difesa con un comunicato stampa.
Il possibile schieramento in Libia degli UAV italiani era stato annunciato il 29 giugno da Il Sole 24 Ore. “Per superare lo stallo nelle operazioni militari contro le truppe di Gheddafi la NATO potrebbe mettere in campo i velivoli teleguidati dell’Aeronautica militare già tra due settimane in compiti di sorveglianza, intelligence e ricognizione”, riferiva il quotidiano. Fonte autorevole, il colonnello Fabio Giunchi, comandante del 32° Stormo di Amendola, l’unico reparto italiano dotato di velivoli senza pilota (sei Predator modello “A” e due “B”). “Affiancando i due velivoli dello stesso tipo messi in campo dagli statunitensi, che li basano a Sigonella, gli UAS (Unmanmned aerial system) italiani sono in grado di restare in volo sul bersaglio per molte ore esplorando il terreno grazie a telecamere e sensori, individuando i bersagli e “agganciandoli” a favore di missili e bombe dei jet alleati o degli elicotteri da combattimento franco-britannici”, annunciava il colonnello. “Stiamo affinando le ultime preparazioni, al momento i Predator B sono impiegati con compiti di ricognizione ma possono volare armati, se si volesse andare su questa strada. Noi ci auguriamo che accada, perché questo darebbe una maggiore flessibilità di impiego”.
“Proprio in vista delle operazioni di attacco contro target libici – aggiungeva l’estensore dell’inchiesta de Il Sole 24 Ore – l’Aeronautica militare sta per ricevere dalle forze armate statunitensi i kit necessari a imbarcare bombe a guida laser e Gps e missili, le stesse armi impiegate dai velivoli di questo tipo che gli statunitensi impiegano per colpire le basi talebane e di al-Qaeda in Pakistan. Una vera e propria rivoluzione per l’Aeronautica italiana che finora, per motivi squisitamente politici, aveva potuto utilizzare queste macchine senza sfruttarne le capacità d’attacco”. L’“operazione umanitaria” contro l’ex regime alleato di Gheddafi, alla fine, ha consentito di far superare gli ultimi tabù del governo e delle forze politiche di maggioranza e d’opposizione, consentendeno il battesimo di fuoco dei Predator tricolore.
L’MQ-9 Predator B è operativo in Italia dall’estate 2010. Noto negli Stati Uniti come “Reaper”, il velivolo è un’evoluzione del Predator A già utilizzato dall’Ami in Iraq ed Afghanistan. Con una lunghezza di 11 metri e un’apertura alare di 20, il “Reaper” assicura maggiori prestazioni in termini di raggio d’azione, autonomia di volo (tra le 24 e le 40 ore), velocità (440 Km/h) e carico trasportabile (quasi 1.800 chili contro i 200 dei Predator A). “L’incremento delle dimensioni e delle prestazioni dell’UAV si rifletterà ovviamente sul carico di armamento trasportabile”, segnalano le riviste specializzate in strumenti di morte. “Si tratterà di missili Hellfire, bombe a guida laser Gbu-12 Paveway II e Gbu-38 Jdam (Joint direct attack munition) a guida Gps”. Un “gioiello” che la casa produttrice, la General Atomics Aeronautcal Systems Incorporated di San Diego (California), vende a 10,5 milioni di dollari l’uno, contro i 3,2 milioni dell’esemplare di prima generazione. “La manutenzione dei Predator B sarà gestita per ancora due anni ad Amendola da personale americano della General Atomics”, specifica il sito web Dedalonews. “Entro un anno gli UAV diverranno sei per modello, consentendo al 32° Stormo dell’Aeronautica di gestire in contemporanea fino a tre velivoli, anche dall’altra parte del pianeta. In attesa di diventare nel 2014 la prima base italiana per i nuovi cacciabombardieri Lockheed Martin F-35A, destinati a sostituire prima gli AMX e poi i Tornado, ad Amendola sono in via di ampliamento gli hangar per gli UAV”.
Per consentire ai Predator B di volare in qualsiasi parte del Mediterraneo, il ministero della Difesa ha predisposto la creazione di “corridoi di volo” riservati tra la Puglia, il poligono sperimentale di Salto di Quirra e lo scalo di Decimomannu in Sardegna, le basi di Sigonella e Trapani in Sicilia e l’isola di Pantelleria. Alcuni di questi “corridoi” sono stati messi a disposizione dei velivoli senza pilota Global Hawks e “Reaper” schierati dalle forze armate USA a Sigonella. I decolli e gli atterraggi degli aerei USA, sempre più numerosi negli ultimi mesi, stanno creando gravi difficoltà al traffico del vicino aeroporto civile di Catania-Fontanarossa. Ne sanno qualcosa i passeggeri del volo di linea Alitalia “Venezia-Catania” che la mattina del 18 agosto sono stati dirottati a Palermo – Punta Raisi “a causa di intenso traffico militare nell’aeroporto di Sigonella” e costretti poi ad un interminabile viaggio in pulman tra il capoluogo siciliano e Fontanarossa. Alle ore 11.18 del giorno successivo, i piloti degli aerei in partenza o diretti allo scalo etneo hanno ricevuto un NOTAM, l’informazione sull’efficienza dei sistemi di sicurezza dell’aeroporto, che ha imposto una breve sospensione delle operazioni sullo scalo “a causa delle attività di un aereo senza pilota”, presumibilmente un Global Hawk dell’Us Air Force operativo a Sigonella. Fra tre anni gli enormi UAV-spia schierati nella base siciliana potrebbero essere venti. Terribile immaginare cosa accadrà in termini di sicurezza, tenuta delle rotte e puntualità di orari viaggiare da e per la Sicilia orientale.

Forze speciali USA in Europa pronte per Sigonella di Antonio Mazzeo

 

Il Pentagono chiede di trasferire nella base siciliana di Sigonella il Comando per le operazioni speciali USA in Europa (SOCEUR) e alcuni dei suoi reparti d’élite con più di 6.000 uomini ospitati sino ad oggi in Germania e Gran Bretagna. I punti chiave del piano strategico finalizzato a ridisegnare gli assetti delle forze armate statunitensi nel vecchio continente in vista di una maggiore proiezione in Africa e Medio oriente sono contenuti in uno dei cablogrammi dell’ambasciata USA in Italia appena pubblicati da Wikileaks.
Inviato a Washington il 5 gennaio 2005, il cablogramma “top secret” riferisce di un meeting del gruppo di lavoro italo-statunitense per la “revisione della postura globale in tema di difesa”, tenutosi a Roma il 7 dicembre 2004. A comporre la delegazione USA, i direttori generali del dipartimento di Stato e della difesa, Kara Bue e Barry Pavel, il comandante di SOCEUR Alan Bridges, il rappresentante del Comando delle forze statunitensi in Europa (EUCOM), Brian Bruckbauer, il comandante della stazione aeronavale di Sigonella, Chris Kinsley, e alcuni funzionari dell’ambasciata USA a Roma. La parte italiana è rappresentata invece dall’ambasciatore Claudio Bisogniero, vicedirettore generale per gli Affari politici multilaterali del Ministero degli affari esteri (dal 2007 Segretario generale della Nato a Bruxelles), Giovanni Brauzzi (responsabile dell’ufficio Nato del Mae), Felice Soldano del CESIS e dall’ammiraglio Giovanni Gumiero, futuro comandante della forza marittima “Atalanta” dell’Unione Europea impegnata nelle operazioni anti-pirateria in Corno d’Africa.
“Nel corso dell’incontro si è discusso sui cambiamenti della visione strategica globale USA e più dettagliatamente sul lavoro per rivedere la nostra presenza militare in Italia”, scrive l’Ambasciata. “I direttori Bue e Pavel, in particolare, hanno fornito ulteriori elementi su quanto è proposto per Sigonella, inclusa l’estensione dei livelli delle forze, delle attività di addestramento e della tipologia delle missioni. Attualmente le unità che compongono le forze speciali USA in Europa (SOF) sono dislocate in sette basi: quelle aeree a Mildenhall (Gran Bretagna); le componenti terrestri a Stoccarda (Germania) e due unità SEAL della marina militare in Germania e a Rota (Spagna). Il consolidamento di queste forze in Italia consentirà migliori opportunità di addestramento (comune, bilaterale ed in ambito NATO) e significative riduzione dei costi”.
Centralizzando a Sigonella comandi, uomini e dispositivi d’arma delle forze speciali, il Pentagono punta però innanzitutto al potenziamento delle proprie capacità offensive “post guerra fredda”, per adattarle alle “sicure sfide future nel campo della sicurezza che il governo degli Stati Uniti d’America crede giungeranno dalle frontiere meridionali e del sud-est d’Europa”, come spiega il cablogramma. “Ciò consentirà inoltre di supportare le attività d’addestramento in altre regioni vicine, particolarmente in Africa” e a sviluppare “una serie di punti d’accesso nelle regioni sub-sahariane per rispondere alle crisi umanitarie e ad altre contingenze”.
Due le fasi proposte dai militari USA per la trasformazione e il potenziamento strategico della base di Sigonella. La prima (in un periodo compreso tra il 2008 e il 2011) per procedere al trasferimento in Sicilia del quartier generale di SOCEUR (il comando che pianifica e coordina le operazioni speciali interforze in Europa, principalmente nell’ambiguo e contraddittorio campo dell’“anti-terrorismo”) e dei reparti SOF di US Army ospitati in Germania; al “ridislocamento degli elicotteri dei reparti speciali, alternandoli possibilmente con i velivoli ad ala fissa Lockeed MC-130 e con i turboelica a cannoniera AC-130”; allo spostamento degli assetti marittimi “potenziando le infrastrutture navali ospitate nella baia di Augusta”. Nella seconda fase (tra il 2012 e il 2015), è invece previsto il trasferimento a Sigonella del 352nd Special Operations Group dell’US Air Force, la componente aerea di SOCEUR composta da tre squadroni di volo, uno squadrone per la manutenzione dei velivoli e uno per le comunicazioni tattiche, oggi ospitata a Mildenhall; lo “stazionamento permanente degli aerei SOF ad ala fissa MC-130 e i multimissione CV-22 Osprey”; il “dislocamento delle unità navali ad alta velocità SOF che si stanno testando attualmente nel Pacifico”.
A conclusione del programma, le forze speciali USA disporrebbero di una facility per le operazioni marittime congiunte nella baia di Augusta Bay e di una infrastruttura a Sigonella con tanto di comando per le operazioni aeree, terrestri e navali delle unità SOF. In questo modo, secondo le stime del Pentagono, il personale militare USA in Sicilia aumenterebbe di 1.000-1.300 unità entro il 2011 (più 700-1.400 dipendenti civili), a cui si aggiungerebbero nel periodo compreso tra il 2012 e il 2015 i 1.100 militari e i 2.100 civili del 352° Gruppo di US Air Force provenienti dalla Gran Bretagna. Complessivamente il personale USA ospitato nell’isola raddoppierebbe in meno di quattro anni, passando da 5.500 a 11.500 unità.
Secondo i diplomatici USA, la “nuova visione strategica di Sigonella” sarebbe stata accolta con disponibilità dai componenti della delegazione italiana presenti al meeting del dicembre 2004, anche se “la lista dei desideri potrebbe non essere accolta interamente dal governo di Roma”. “L’ambasciatore Bisogniero – si legge nel cablogramma – si è detto interessato ai piani USA di riallineamento in Asia sud-occidentale che comporterebbero una crescità delle operazioni anti-terrorismo. Egli ha evidenziato che l’Italia e i suoi partner europei pongono sempre più attenzione alle minacce terroristiche derivanti dalla regione, particolarmente in Malesia ed Indonesia (…) Gli italiani hanno apprezzato i dettagli aggiuntivi relativi a Sigonella, sottolineando però che alcune delle proposte per l’addestramento delle forze speciali in Sicilia potrebbero non essere fattibili. Bisogniero ha enfatizzato la forte alleanza USA-Italia, ma ha ricordato che il collegamento alla NATO delle attività USA a Sigonella resta importante per rispettare la costituzione italiana…”.
Dubbi sarebbero pure stati espressi sui possibili impatti sul territorio e la popolazione da parte delle attività di addestramento delle forze speciali USA in Sicilia. “Il Dipartimento della difesa ha spiegato che i poligoni militari esistenti nell’isola non rispondono pienamente alle richieste SOF e che si dovrebbero modificare pertanto le attuali norme o creare nuove infrastrutture”, scrive l’Ambasciata USA a Roma. “Brauzzi ha ricordato alla delegazione statunitense che i velivoli militari italiani sono costretti a volare in altitudine per scopi di addestramento e che pertanto sarebbe difficile approvare le nostre richieste per voli addestrativi a bassa quota (50-100 metri). Egli era particolarmente interessato alle nostre proposte di attività di addestramento con sbarchi sulla spiaggia ed esercitazioni a fuoco, e ha suggerito la Sardegna come luogo alternativo per alcune delle attività SOF proposte. Brauzzi ha chiesto se le aree attorno a Sigonella e alla baia di Augusta possono ospitare il personale USA in crescita e ha spiegato che i ministeri degli esteri e della difesa avrebbero la necessità di consultarsi con le autorità locali in merito ad un aumento della presenza USA”. Ai partner, Giovanni Brauzzi avrebbe pure espresso l’allarme che i piani di potenziamento di Sigonella “potrebbero interferire con il progetto NATO di sviluppo delle piste aeree della base”. “Pavel e Bue si sono impegnati ad evitare ogni conflitto con i programmi della NATO, ma né l’Ambasciata di Roma né le autorità USA presso la NATO possono confermare l’esistenza di un progetto NATO di espansione delle piste a Sigonella”, il secco commento degli estensori del cablogramma.
Per rispondere ai quesiti e ai dubbi della controparte italiana e approfondire le questioni tecniche sul futuro assetto delle forze SOF in Sicilia, il gruppo di lavoro bilaterale decideva di fissare un nuovo meeting a Roma a fine gennaio – primi di febbraio 2005. “Brauzzi ha suggerito che per l’occasione le due delegazioni visitino Sigonella. Secondo il funzionario, il governo italiano ha bisogno che vengano prese in considerazione pienamente le importanti dimensioni locali e che le proposte USA ricevano il forte sostegno bipartisan in Italia, dato l’alto turnover che caratterizza i governi nazionali”.
Dell’esito di questo secondo appuntamento non c’è traccia nei cablogrammi inviati nel corso del 2005 dall’Ambasciata USA. Un riferimento al “consolidamento” in  Sicilia delle forze speciali USA in Europa compare però nella nota dell’11 maggio 2005, oggetto “Base italiana per i SOF nella stampa italiana”, in cui si riporta il disappunto del governo Berlusconi per le rivelazioni del quotidiano delle forze armate USA Stars and Stripes su un possibile utilizzo SOF di Sigonella o, in alternativa, della base navale di Rota. “La questione è stata affrontata ufficialmente l’ultima volta a dicembre nel meeting di un gruppo di lavoro italo-statunitense e a gennaio quando un responsabile di SOCEUR ha consegnato allo staff del ministero della difesa italiano le richieste sull’addestramento SOF (lo staff disse che ci avrebbe risposto entro la fine di febbraio ma sino ad ora non lo ha fatto). Nell’ottobre 2004 il ministro della difesa Martino affermò che il consolidamento di SOF a Sigonella non era insolubile ma c’era la necessità che venisse affrontato con attenzione. Al tempo, Martino sottolineò che l’Italia non voleva che si desse molta visibilità alla questione. C’era la sensazione nel governo italiano che la discussione pubblica del trasferimento di SOF a Sigonella sarebbe stata sfruttata rapidamente dall’opposizione per fini elettorali (…) I nostri contatti italiani sono rimasti sfavorevolmente sorpresi del fatto che noi abbiamo reso pubblica la candidatura di Sigonella senza averli prima consultati. Fortunatamente la stampa italiana non ha raccolto la notizia pubblicata da Stars and Stripes sino alla prima settimana di maggio”. A turbare il governo, secondo i diplomatici USA, il fatto che le rivelazioni fossero giunte alla vigilia della campagna per il rinnovo delle Camere e dopo l’esito negativo per la coalizione di Berlusconi alle elezioni regionali dell’aprile 2005. “L’opposizione tenterà di utilizzare ogni visibile nuova cooperazione con i militari USA come strumento elettorale per dimostrare che Berlusconi consente agli Stati Uniti di dare ordini all’Italia e fare ciò che vogliono qui e altrove”, conclude il cablogramma. Un’ingiusta accusa di “antiamericanismo” quella dell’Ambasciata USA per l’opposizione di centrosinistra che nella primavera del 2006 avrebbe conquistato la maggioranza alle Camere. Prodi e compagni, infatti, non mancheranno di sottoscrivere con Washington gli accordi per raddoppiare la presenza militare USA a Vicenza, potenziare gli apparati e i dispositivi di guerra statunitensi e NATO a Sigonella, consentire la realizzazione nella base siciliana del centro operativo dei famigerati aerei senza pilota “Global Hawk”, insediare a Niscemi (Caltanissetta) la stazione terrestre del nuovo sistema di telecomunicazione militare-satellitare MUOS.
Il programma per raddoppiare il personale degli Stati Uniti in Sicilia verrà mantenuto top secret in Parlamento e nel paese. Solo il potente imprenditore-editore isolano, Mario Ciancio Sanfilippo, azionista dell’Agenzia Ansa, brucerà tutti sul tempo ottenendo l’approvazione di una provvidenziale variante del piano regolatore generale di Lentini (Siracusa) che consente l’insediamento di un mega-residence per i militari USA di 91 ettari d’estensione e 670.000 metri cubi di costruzioni. Un progetto rimasto nel cassetto ma che tornerà utile quando Washington rispolvererà il piano per dislocare in Sicilia le sue forze speciali di terra, del mare e dell’aria.