BRUNELLO MANTELLI: Gli italiani nei Balcani 1941-1943

BRUNELLO MANTELLI: Gli italiani nei Balcani 1941-1943  

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Brunello Mantelli* (Università di Torino) 

Gli italiani nei Balcani 1941-1943: occupazione militare, politiche persecutorie e crimini di guerra.

Un tema di ricerca ancora lungi dall’essere approfondito

  

Pubblicato in: Europäische Sozialgeschichte. Festschrift für Wolfgang Schieder, curato da Christof Dipper, Lutz Klinkhammer e Alexander Nützenadel, Berlin, Duncker & Humblot, 2000,

alle pp. 57-74, con il titolo Die Italiener auf dem Balkan 1941-1943 (Traduzione del presente testo per la pubblicazione tedesca: Prof. Lutz Klinkhammer, Roma).

  

 Secondo calcoli per forza di cose assai approssimativi[1] si può stimare che nei ventinove mesi in cui l’Italia monarchico-fascista ebbe il controllo di vaste aree della Grecia e di consistenti territori della Jugoslavia (dall’aprile 1941 al settembre 1943) almeno 350.000 persone residenti nei territori occupati siano morte per cause connesse direttamente con l’attività delle forze d’occupazione.

Una stima di minima fissa a non meno di 100.000 i greci caduti nei campi di concentramento e nelle prigioni gestite dalle autorità monarchico-fasciste italiane, vittime dei rastrellamenti e delle rappresaglie messe in atto da Regio esercito nel tentativo di venire a capo delle insorgenze partigiane, oppure deceduti per effetto della tremenda carestia originata dalla disorganizzazione dell’amministrazione italiana della Grecia occupata e poi aggravatasi in seguito alla scelta dell’occupante medesimo di servirsene come arma per fiaccare la volontà di resistenza della popolazione civile[2]. Va però detto, a proposito dell’ultima questione, che nella storiografia in lingua greca sull’occupazione italiana sono state date valutazioni relativamente discordi sul numero dei morti di fame nel periodo, e si è giunti anche a stabilirne il totale in 300.000. Per questo ritengo che la cifra poc’anzi proposta di 100.000 vittime vada intesa come un tetto minimo quasi certamente inferiore alla realtà fattuale.

Ad altre 250.000 vittime ammonta il tributo di sangue pagato dai popoli della Jugoslavia alle aspirazioni imperialiste di Mussolini e dei suoi gerarchi, tese a fare dell’Adriatico un mare italiano[3]; circa un quarto di milione, infatti, è la somma di quanti morirono nei campi di concentramento e nelle prigioni gestite dagli italiani nei territori jugoslavi occupati; di coloro che furono vittima dei rastrellamenti e delle azioni di rappresaglia antipartigiana condotte da unità del Regio esercito talvolta da sole, spesso servendosi come reparti ausiliari di formazioni collaborazioniste come truppe ustaša croate, o unità irregolari serbe nazionaliste (cosiddetti četnici), o ancora bande musulmane bosniache o kosovare; ed infine di chi venne fucilato come oppositore vero o presunto, se non semplicemente come ostaggio eliminato in risposta ad un’azione della Resistenza.

 

L’aggressività del fascismo mussoliniano appicca il fuoco ai Balcani

 

Come è noto, i Balcani vennero trascinati nella seconda guerra mondiale in seguito all’attacco scatenato il 28 ottobre 1940 dall’Italia fascista contro la Grecia; lo Stato ellenico (come del resto il confinante Regno degli slavi del Sud) era da tempo nel mirino del regime fascista, che già nel 1923 aveva cercato senza successo di impadronirsi delle isole Ionie sfruttando il cosiddetto “incidente di Corfù”[4]. L’occupazione militare dell’Albania[5] – dal 1926 una sorta di protettorato italiano – e la sua unione al Regno d’Italia era stata concepita dal gruppo dirigente di Roma come un primo passo per estendere la propria egemonia sulla sponda orientale dell’Adriatico; a tale scopo Mussolini ed i suoi (facendo uso di una modalità tipica dei regimi fascisti, largamente sfruttata anche dal nazionalsocialismo) si servì del nazionalismo albanese appoggiandone le pretese su territori appartenenti alla Grecia ed alla Jugoslavia dove risiedevano consistenti minoranze di lingua e cultura affine (rispettivamente l’Epiro settentrionale, il Kossovo, la Macedonia occidentale). Dato che, però, l’imperialismo italiano aveva una bocca assai più grande dei muscoli di cui disponeva, l’attacco alla Grecia si trasformò molto in fretta in una catastrofe militare, per far fronte alla quale fu necessario l’intervento della Wehrmacht (coadiuvata da reparti militari bulgari ed ungheresi), il 6 aprile 1941. L’intervento congiunto delle potenze dell’Asse e dei loro alleati danubianobalcanici, oltre a determinare il crollo militare della Grecia, provocò il collasso della Jugoslavia; al termine della crisi l’Italia fascista occupò gran parte della Grecia continentale (escluse Salonicco, il Pireo, Creta, e quasi tutte le isole dell’Egeo, aree che passarono sotto controllo tedesco; nonché la Macedonia orientale e la Tracia che furono annesse dalla Bulgaria); nei territori jugoslavi invece (lì Roma doveva fare i conti prima di tutto con le mire imperiali di Berlino, e poi con le velleità di indipendenza del collaborazionista “Stato indipendente di Croazia” – Nezavisna drzava Hrvatska, NDH  di Ante Pavelić che oltre alla Croazia propriamente detta, comprendeva anche la Bosnia-Erzegovina) l’occupazione italiana riguardò la provincia di Lubiana, la Dalmazia isole comprese, il Montenegro, il Kossovo e la Metohija, e la striscia sud-occidentale del territorio formalmente appartenente alla NDH ustaša.

Seguendo anche in questo caso una modalità operativa identica a quella messa in atto dalla Germania nazionalsocialista nelle aree da essa occupate, l’Italia monarchico-fascista amministrò le zone balcaniche su cui aveva messo le mani secondo una pluralità di forme. Dalla Grecia vennero staccate le isole Ionie, destinate in prospettiva ad essere annesse al Regno d’Italia e gestite temporaneamente come una sorta di colonia, e tre province dell’Epiro settentrionale (Joannina, Tesprozia e Prespa) che vennero unite all’Albania; il resto venne gestito in regime di occupazione militare, mentre ad Atene fu insediato un governo collaborazionista (presieduto dal generale Georgios Tsolakoglou) che operava sotto lo stretto controllo italiano. Della Jugoslavia la provincia di Lubiana (cioè la parte occidentale della Slovenia) e la Dalmazia vennero annesse all’Italia (la provincia di Fiume viene ingrandita e sono create ex novo quelle di Spalato e Cattaro); il Montenegro fu eretto in Regno formalmente autonomo ma divenne di fatto un protettorato italiano; il Kosovo e la Metohija vennero dati all’Albania, occupata dagli italiani nell’aprile del 1939; e la Croazia sud-occidentale venne retta dai militari in condominio formale con le autorità ustaša di Zagabria.

Le aree annesse o in via di annessione erano sottoposte ovviamente ad organi amministrativi civili, quelle che si trovavano in regime di occupazione dipendevano invece da strutture militari; occorre tuttavia precisare che la forte presenza tanto nelle prime quanto nelle seconde di movimenti di resistenza politica ed armata all’invasore fece sì che per l’occupante italiano il controllo del territorio diventasse molto presto il primo problema da affrontare, e perciò l’apparato repressivo (e con esso il ruolo dei militari che ne rappresentavano ovunque la parte più cospicua) acquistasse un peso sempre maggiore nella gestione quotidiana delle cose. L’organizzazione della controguerriglia, i rastrellamenti, le rappresaglie divennero così il principale compito delle autorità italiane, civili o militari che fossero (va detto a questo proposito che lo strumento principale a loro disposizione coincideva con la macchina militare di occupazione, ma esse si servirono abbondantemente anche delle comunità italiane residenti nei territori occupati, una significativa quota dei quali si mobilitò di buon grado nelle unità ausiliarie della fascista Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale – MVSN).

 

La Grecia tra carestia alimentare e repressione militare

 

Nel caso della Grecia alla repressione diretta (che verrà esaminata più oltre) si aggiunse la carestia; si trattò di un fenomeno ampiamente prevedibile, visto che – cosa che era ben nota al governo di Roma – lo Stato balcanico non era autosufficiente dal punto di vista alimentare, ed importava ogni anno dalle 400.000 alle 500.000 tonnellate di cereali, necessari in particolare per approvvigionare le grandi città. L’occupazione determinò il tracollo, posto che da un lato non era più possibile procurarsi grano all’estero, per lo stato di guerra, dall’altro che su di un territorio già così scarso di risorse veniva a pesare il sostentamento sia della popolazione sia delle truppe occupanti. La divisione del paese in tre zone d’occupazione ed in particolare il fatto che le regioni cerealicole della Macedonia orientale e della Tracia (dove si produceva circa il 60% del raccolto complessivo di cereali) fossero passate sotto la sovranità bulgara crearono le premesse del disastro; nell’inverno 1941-42 ad Atene la razione giornaliera del pane scese fino a 100-150 grammi pro capite, per conseguenza da dicembre a marzo morirono di fame nella sola capitale oltre 10.000 persone al mese (secondo dati dell’abitualmente cautissimo Comité International de la Croix Rouge – CICR – di Ginevra[6]). L’unico intervento delle autorità militari italiane d’occupazione fu il blocco della città, in cui fu impedito entrassero convogli che portassero derrate alimentari. Quelle eventualmente sequestrate furono confiscate a beneficio dei magazzini militari del Regio esercito. Una catastrofe di proporzioni ancora maggiori fu evitata solo grazie all’intervento, nell’estate del 1942, del CICR, che riuscì a garantire l’arrivo di approvvigionamenti tramite l’azione di Stati neutrali (primi tra tutti Svezia e Svizzera) e previo consenso della Gran Bretagna, che accetto nel caso specifico di sospendere il blocco navale[7]. La carestia colpì duramente la popolazione civile anche nelle isole, dove la pratica delle confische e del blocco di beni di sussistenza fu uno degli strumenti più usati dalle autorità italiane di occupazione per reprimere comportamenti della popolazione civile giudicati poco consoni al “nuovo ordine” mussoliniano; tali furono i casi di Samo, dove il governatore italiano, ammiraglio Inigo Campioni, ordinò “di congelare e quindi confiscare tutto l’olio d’oliva e la maggior parte dei viveri dell’isola”[8]; di Mitilene, colpita da blocco degli approvvigionamenti perché si era rifiutata di consegnare il raccolto di olio d’oliva[9], di Sira e di Nasso[10].

Alla carestia ed al suo impiego come strumento per piegare i civili si aggiunse la repressione diretta; gli occupanti istituirono a Larissa, ad Hadari, all’Averof (Atene)[11] ed altrove campi di concentramento destinati a chiunque fosse sospettato di opporsi al loro dominio; in molti casi ci furono fucilazioni in massa di deportati, i quali erano di norma obbligati a scavare da sé la propria fossa. Nel dopoguerra le autorità greche stilarono un elenco (complessivamente 131 casi definibili come crimini di guerra) di responsabili italiani dei campi di concentramento e di ufficiali del Regio esercito e della MVSN che guidarono rastrellamenti e  repressioni i quali vennero classificati come criminali di guerra[12], ma la loro denuncia non ebbe esito (vedremo in seguito perché).

In Grecia la politica abitualmente seguita dalle potenze dell’Asse di soffiare sul fuoco delle tensioni interetniche era ovviamente di difficile attuazione, per la relativamente alta omogeneità della popolazione, tuttavia gli occupanti italiani non trascurarono di servirsi a tale scopo di un nucleo valacco stanziato in Tessaglia, i cui membri parlavano un dialetto rumeno. Venne appositamente creata una “Legione valacca”[13] che operava in stretto contatto con i carabinieri italiani e che si rese responsabili di numerosi omicidi e stragi; nel giugno 1943 la Legione valacca e unità del Regio esercito attaccarono un gruppo di villaggi della zona, abitati da greci, e li misero a ferro e fuoco[14]. Oltre 60 abitanti furono uccisi, in gran parte donne, vecchi, bambini, e due monasteri ortodossi vennero incendiati. Ancora più impressionante la sequenza di avvenimenti che si era sviluppata il 16 febbraio precedente. La mattina un’unità partigiana forte di circa 30 uomini aveva attaccato un convoglio militare italiano in transito, composto da otto autocarri e due motociclette. Nello scontro a fuoco che ne era seguito gli occupanti avevano riportato morti e feriti (nove in tutto). Nel pomeriggio, la guarnigione italiana del vicino villaggio di Milogousta decise di attuare una massiccia rappresaglia: lasciata Milogousta una colonna motorizzata percorse la strada dove era avvenuto il fatto d’armi uccidendo ogni civile greco che si trovasse lungo il percorso o negli immediati paraggi. Le vittime furono più di dieci. Destinazione ultima della spedizione punitiva era il villaggio di Domenikos, da tempo nel mirino dell’azione repressiva dell’occupante perché ritenuto covo di partigiani. In quel pomeriggio su di esso vennero a convergere tre colonne italiane; appena arrivati all’ingresso del paese, nei pressi di un piccolo ponte, i militari uccisero sul posto un gruppo di pastori. Il villaggio venne saccheggiato, incendiato e totalmente distrutto (oltre 200 case rese inabitabili); dei suoi abitanti 25 vennero fucilati sulla piazza, il resto fu incolonnato (uomini, donne, vecchi, bambini) e costretto a marciare verso Mavritza, la località dove al mattino si era svolto il combattimento tra partigiani ed occupanti. Là giunti (era ormai notte), i militari italiani separarono i giovani dal resto della popolazione, e – dopo averli interrogati sulla presenza o meno di partigiani nel villaggio – ne uccisero circa 13, compreso il pope ortodosso. Alcuni vennero fucilati, altri sgozzati. I circa 120 uomini fino a quel momento ancora in vita vennero poi condotti a piedi 10 chilometri più lontano, a Kafkaki, e caricati su autocarri, presumibilmente per essere deportati nel campo di concentramento di Larissa, se non che un dispaccio portato da un motociclista, che annunciava la morte del generale italiano rimasto ferito al mattino, fece precipitare la situazione. L’ufficiale italiano più alto in grado, il seniore (maggiore) della MVSN Antonio Valli, ordinò ai suoi soldati di uccidere immediatamente tutti i rastrellati, che vennero massacrati in gruppi di cinque a colpi di mitragliatrice. Dei 120 solo 5 riuscirono a salvarsi; feriti dalle raffiche si finsero morti, protetti dall’oscurità[15]. Antonio Valli fu protagonista di un altro episodio di violenta repressione contro i civili, avvenuto nel marzo successivo. Il 12 del mese numerose colonne italiane, appoggiate dalla Legione valacca, circondarono la cittadina tessala di Tsaritani. Valli ordinò che tutti i residenti (circa 4.000) si concentrassero nella piazza; mentre le case venivano incendiate quaranta uomini, scelti a caso, furono fucilati. Gli italiani ordinarono che i corpi rimanessero esposti per almeno due giorni. Inoltre, Valli dispose che a Tsaritani fosse sospesa ogni garanzia legale; in pratica ciò significava che ogni soldato italiano poteva impunemente saccheggiare, violentare od uccidere a piacimento senza dover temere alcun rimprovero da parte dei superiori, una sorta di “carta bianca” per la repressione. Le misure di rappresaglia furono giustificate, come d’abitudine, col fatto che gli abitanti erano conniventi con la resistenza greca[16].

Nelle province dell’Epiro annesse all’Albania le autorità italiane d’occupazione fecero leva sulla minoranza albanese istigandola contro la popolazione greca; allo scopo venne istituita una milizia fascista composta di albanesi musulmani (ma inquadrata da ufficiali italiani) che, assieme ad altre formazioni albanesi collaborazioniste, si abbandonò a veri e propri progrom contro i greci ma anche contro i gruppi di ebrei che vivevano da secoli nella zona; nel distretto di Paramythia 19 villaggi furono saccheggiati e poi incendiati, 201 civili vennero uccisi; in quello di Igoumenitza le vittime delle repressioni furono oltre 150[17].

Un altro episodio di brutale repressione fu la fucilazione in massa di 106 ostaggi prelevati dal campo di concentramento di Larissa il 5 giugno 1943, in rappresaglia – così dissero gli italiani – per l’esplosione, avvenuta il 2 precedente, di un treno che trasportava munizioni nonché 50 prigionieri greci destinati al Lager di Larissa e la loro scorta. Non era affatto chiaro se la causa del disastro fosse stato un sabotaggio oppure un incidente, anzi la presenza a bordo del convoglio dei greci rendeva improbabile la prima ipotesi, tuttavia gli occupanti non ebbero la minima esitazione: a quanto risulta dalla documentazione in proposito raccolta dalla United Nations War Crimes Commission (UNWCC) ad ordinare l’eccidio fu personalmente il generale Carlo Vecchiarelli[18].

 

Il “Divide et impera” mussoliniano in Jugoslavia

 

Per quanto riguarda i territori jugoslavi occupati occorre fare una certa distinzione tra le diverse zone, abitate tra l’altro da popolazioni di nazionalità diversa. Occorre sottolineare comunque che una costante della politica del governo di Benito Mussolini fu una dura politica antislava, mirante all’italianizzazione forzata delle minoranze slovene e croate che vivevano al confine orientale nei territori dell’Istria e della Dalmazia entrati a far parte del Regno d’Italia dopo la prima guerra mondiale. Fu imposto l’uso della lingua italiana in tutte le istituzioni pubbliche, scuole comprese, furono proibiti i giornali nelle lingue slave e anche i sacerdoti vennero obbligati a dir messa in italiano[19]. Nel giugno 1940 il governatore della provincia dell’Istria, Gianni Apollonio, propose di istituire tra Verona e Trento alcuni campi di concentramento dove deportare tutti coloro che fossero in qualche modo sospetti di nutrire sentimenti antiitaliani tra gli slavi dell’Istria[20].

 

La “provincia” di Lubiana

 

Nella provincia di Lubiana, occupata e annessa dopo lo smembramento della Jugoslavia l’alto commissario Emilio Grazioli (la massima autorità italiana sul posto) decretò, l’11 settembre 1941, che sarebbe stata applicata immediatamente la pena di morte per un numero assai vasto di infrazioni, tra cui il semplice “possesso di manifesti sovversivi, emblemi o libri propagandistici”[21]. In stretta collaborazione con Grazioli operava il generale Mario Roatta, comandante della Seconda armata italiana stanziata per l’appunto in Croazia, Dalmazia e Slovenia (lo stato maggiore dell’armata era noto con la sigla di Supersloda), il quale dispose, il 6 aprile 1942, il ritiro delle tessere annonarie alle famiglie di coloro che fossero stati tratti in arresto perché sospettati di connivenza con i partigiani. Nella situazione concreta del tempo ciò equivaleva a condannare i familiari degli arrestati alla morte per fame[22].

La capitale slovena veniva periodicamente rastrellata da reparti del Regio esercito ed unità della MVSN; chi cadeva nelle loro mani veniva deportati in uno dei campi di concentramento aperti in varie parti d’Italia o nei territori jugoslavi[23] in mano italiana oppure fucilato sul posto. Uno dei rastrellamenti più duri ebbe luogo alla fine di luglio del 1942; quasi 3.000 persone furono prese prigioniere; di esse 2.858 vennero deportate in campi italiani, 103 passate per le armi[24].

Il 24 aprile dello stesso anno Grazioli aveva ordinato che in risposta ad ogni azione partigiana si procedesse alla fucilazione di ostaggi scelti tra i civili sloveni[25]; poche settimane prima, il 1° marzo, Mario Roatta aveva indirizzato a tutte le unità sottoposte a Supersloda la Circolare 3C in cui impartiva loro le disposizioni in base alle quali avrebbero dovuto attuare rastrellamenti nelle zone rurali; il testo ordinava la fucilazione immediata di coloro che venissero catturati in sospetto di essere partigiani, l’uccisione indiscriminata di ostaggi a discrezione dei comandanti dei reparti italiani impegnati nell’azione, l’internamento delle famiglie dei sospetti in campo di concentramento, la distruzione totale di ogni abitazione nelle zone interessate dalle operazioni[26]. Naturalmente la Circolare 3C era valida in tutte le aree sottoposte alla giurisdizione della Seconda armata; nella sola Slovenia il totale dei villaggi distrutti dalle truppe italiane era giunto, nel luglio 1942, a 104[27].

Ad attuare rastrellamenti e rappresaglie fu l’XI Corpo d’armata, agli ordini del generale Mario Robotti; esso comprendeva 5 divisioni ed era appoggiato da formazioni della MVSN e da unità italiane di polizia, per un totale di circa 100.000 uomini (una forza operativa, perciò, di circa 25.000). Robotti era personalmente favorevole al trasferimento coatto di gran parte – se non di tutti – gli sloveni per risolvere alla radice il problema dell’italianizzazione della provincia di Lubiana; il 2 giugno 1942, nel corso di un incontro con i generali comandanti le divisioni che componevano l’XI Corpo d’armata egli dichiarò: “Non sarei contrario all’internamento di tutti gli sloveni, per rimpiazzarli con gli italiani (…) in altre parole si dovrebbe fare in modo di far coincidere le frontiere razziali e politiche”, e spiegò ai subalterni che doveva esserci “un trasferimento completo” (cioè la deportazione di tutti gli uomini validi nel Lager di Rab, come si dice in altro luogo nel verbale dell’incontro), senza però che “la pratica dell’internamento [interferisse] in alcun modo con l’applicazione delle misure riguardanti l’esecuzione di tutte le persone responsabili di attività comunista o sospettate tali”[28]. Va da sé che, nel lessico corrente del fascismo (e del nazionalsocialismo), era “comunista” chiunque si opponesse in qualsiasi modo all’occupazione militare da parte delle Forze dell’Asse. La durezza del generale Robotti era evidentemente apprezzata a Roma, visto che proprio lui fu designato a succedere al generale Roatta al comando di Supersloda.

Complessivamente, circa il 18% degli abitanti di Lubiana e percentuali altrettanto elevate degli sloveni residenti nelle altre zone della provincia furono deportati nei campi di concentramento italiani, circa 200, situati sia in territorio metropolitano, sia nelle aree jugoslave sotto il controllo del Regio esercito e dell’amministrazione fascista; la cifra complessiva è stimata da 30.000 a 50.000, una notevole quota del totale degli oltre 100.000 jugoslavi che conobbero la durezza dei Lager del fascismo mussoliniano[29]. Una norma precisa stabiliva che le razioni alimentari per gli internati jugoslavi non superassero le 1.000 calorie giornaliere; i maltrattamenti e le torture erano la norma, ed il tasso di mortalità era di conseguenza assai alto. Due Lager durissimi erano quelli collocati nelle isole di Rab[30] e Molat; in entrambi erano deportati senza discriminazione uomini, donne e bambini. In particolare il campo di concentramento di Molat era destinato ad accogliere le famiglie dei sospetti partigiani, le quali erano tenute come ostaggi in base ad una disposizione emanata il 7 giugno 1941 dalle autorità d’occupazione; l’ordinanza stabiliva che i parenti dei “ribelli comunisti” potessero essere fucilati per rappresaglia, cosa che avveniva con periodica sistematicità. Oltre che per terrorizzare i civili jugoslavi, gli occupanti italiani si servirono dei Lager per internare tutte quelle persone che avrebbero potuto svolgere un ruolo come punti di riferimento dell’opposizione: intellettuali, membri dei partiti politici attivi nel paese prima del suo smembramento, personaggi che occupavano posizioni sociali significative.

 

Il Montenegro ed il Kossovo

 

Dopo essere stato occupato dagli italiani, al Montenegro fu formalmente dato dai nuovi padroni uno statusgiuridico di monarchia costituzionale alleata del Regno d’Italia e d’Albania (la denominazione ufficiale dello Stato monarchico-fascista dal 1939); in realtà si trattava di una sorta di protettorato in cui tutti i poteri erano in mano all’amministrazione italiana, che si serviva di un apparato indigeno collaborazionista con poteri assai limitati e funzioni sostanzialmente esecutive[31].

Alla proclamazione da parte italiana del Regno del Montenegro, il 12 luglio 1941, fece però immediata eco un’insurrezione popolare che riuscì in breve tempo a prendere il controllo di notevole parte della regione ed a catturare oltre 4.000 membri delle forze d’occupazione. La risposta di Roma fu estremamente dura; l’alto commissario italiano in Montenegro, Serafino Mazzolini (un funzionario dell’amministrazione civile), fu sostituito con il generale Alessandro Pirzio Biroli, già comandante delle truppe italiane in Albania, alle quali aveva in precedenza rivolto un bellicoso proclama che conteneva, tra l’altro, la seguente esortazione: “Ho sentito dire che siete dei buoni padri di famiglia. Ciò va bene a casa vostra: non qui. Qui non sarete mai abbastanza ladri, assassini e stupratori”[32].

In Montenegro a Pirzio Biroli venne data carta bianca; nessun mezzo era eccessivo per domare la ribellione; il generale si affrettò a comunicare ai soldati delle divisioni che gli erano state messe a disposizione ad hoc che la ribellione dei montenegrini li poneva al di fuori di qualsiasi legge, e perciò nessun militare italiano sarebbe stato punito per azioni commesse nel corso della repressione[33]. Nel gennaio 1942 Pirzio Biroli ordinò alla divisione Pusteria, impegnata nella controguerriglia di “uccidere 50 civili per ogni ufficiale italiano ucciso o ferito”, mentre se la vittima era un soldato semplice la misura doveva essere di 10 civili fucilati[34]; in Montenegro l’eliminazione in massa di ostaggi era diventa la norma, così come l’incendio e la distruzione di villaggi[35].

I comandi delle diverse unità italiane ingaggiarono tra loro una sorta di gara a chi era più duro nel reprimere, con ovvi effetti a cascata sui subalterni. Ad esempio, nel rastrellamento dei distretti di Niksic e Savnik, avvenuto nel periodo maggio-giugno 1943, la divisione italiana Ferrara saccheggiò e distrusse in parte o totalmente tutti i centri abitati della zona, fucilando un gran numero di civili[36]. Tra gli altri, il villaggio di Medjedje fu completamente annientato; al loro ritorno quelli tra i suoi abitanti che erano riusciti a salvarsi con la fuga trovarono tra le macerie carbonizzate 72 cadaveri mutilati, in gran parte vecchi od ammalati impossibilitati a muoversi. L’accanimento dimostrato dai soldati italiano trova la sua origine anche nell’esortazione loro rivolta dal generale comandante la divisione, Carlo Ceriana Mayneri, a non avere pietà per nessuno perché gli abitanti della zona erano colpevoli di avere aiutato e protetto in più modi i partigiani.

Anche in Montenegro gli occupanti cercarono di volgere a proprio favore le tensioni tra i diversi gruppi nazionali presenti, servendosi a tale scopo della minoranza albanese, allettata con la promessa che dopo la guerra – e la vittoria! – sarebbe sorta, sotto l’egida fascista, la “Grande Albania”.

Nel Kosovo e nella Metohija, regioni confinanti con il Montenegro ed annesse dagli italiani all’Albania, gli albanesi formarono, sotto il controllo italiano, una propria milizia che distrusse non pochi villaggi serbi deportandone e costringendone alla fuga gli abitanti[37]; in Montenegro gli occupanti reclutarono tra gli albanesi colà residenti una “milizia musulmana” collaborazionista, di cui si servirono come forza ausiliaria durante rastrellamenti e repressioni. Nella loro politica di divisione, inoltre, gli occupanti fascisti – qui come nel territorio dello Stato ustaša croato – cercarono di stringere intese con le milizie irregolari nazionaliste serbe (ičetnici), ben presto convertitesi dalla resistenza all’occupante alla lotta senza quartiere contro le formazioni partigiane jugoslaviste facenti capo al leader comunista Josip Broz “Tito”. Il 24 luglio 1942 Pirzio Biroli e il capo dei četnici montenegrini, Bazo Djunkznović, sottoscrissero un accordo ufficiale in base al quale gli italiani avrebbero rifornito i collaborazionisti di armi, munizioni e provviste; in cambio i četnici si impegnavano a garantire il controllo delle zone rurali. Da allora rappresaglie, catture di ostaggi, repressioni furono condotte in comune[38].

 

La Dalmazia e la Croazia del Sudovest

 

Più complessa si presentava per l’occupante italiano la situazione nella Croazia, di cui il Regio esercito occupava la striscia sud-occidentale; le autorità militari italiane dovevano infatti fare i conti sia con le pretese di autonomia del governo ustaša di Zagabria, sia con la presenza della Wehrmacht nella striscia nord-orientale del territorio sottoposto formalmente all’autorità di Ante Pavelić; come è noto, mentre Berlino non aveva avanzato alcuna obiezione alle pretese italiane sulla Slovenia meridionale, la Dalmazia, il Montenegro, ed il territorio metropolitano greco, la situazione era diversa per la Croazia, zona che veniva giudicata dai responsabili del Terzo Reich come facente parte della sfera di influenza germanica. A spingere in tale direzione erano in particolare quegli ambienti politici, diplomatici e militari tedeschi d’origine austriaca che si erano formati sotto la Duplice monarchia absburgica e che consideravano l’espansione tedesca nei Balcani come una sorta di rivincita nei confronti della crisi e della dissoluzione dell’Austria-Ungheria, rivincita da consumarsi anche – se non principalmente! – nei confronti dell’Italia. A quei circoli apparteneva tra gli altri il rappresentante del Comando supremo delle forze armate tedesche (Oberkommando der Wehrmacht – OKW) a Zagabria, generale Edmund Glaise-Horsenau[39].

Sostenitrice da sempre del movimento ustaša[40], da cui sperava la dissoluzione della Jugoslavia e di conseguenza l’apertura di ampi spazi per le proprie ambizioni di dominio sulla sponda orientale dell’Adriatico, l’Italia monarchico-fascista appoggiò inizialmente il governo collaborazionista di Zagabria per poi passare gradualmente ad una presa di distanza man mano che l’influenza tedesca parve aumentare nei circoli dirigenti croati; ebbe allora avvio una politica che – unitamente alla volontà di riaffermare il proprio controllo su di un territorio dove la resistenza aveva cominciato molto presto a manifestarsi – puntava a servirsi di tutti i mezzi possibili per italianizzare a forza le popolazioni slave residenti, non rifuggendo anche in questo caso di fronte alla prospettiva dell’espulsione in massa qualora tale ipotesi si fosse dimostrata impraticabile. Cominciarono così, nella zona occupata come anche nella Dalmazia annessa, grandi rastrellamenti il cui obiettivo era fare terra bruciata attorno alle formazioni partigiane e contemporaneamente indurre i civili alla fuga.

Nel corso della vasta operazione antipartigiana denominata “Rog”, messa in atto alla metà di luglio 1942, decine di villaggi furono distrutti e saccheggiati, centinaia di persone furono sterminate[41]. Un caso emblematico è quello di Podhum, un borgo nel Carnaro (la zona attorno a Fiume); nelle prime ore del mattino del 12 luglio il paese fu occupato da mezzi blindati italiani, gli uomini vennero arrestati e sottoposti ad una selezione. Tutti coloro che erano di età compresa tra 16 e 60 anni (120 in tutto) vennero uccisi a raffiche di mitragliatrice di fronte al resto della popolazione; le 300 case di cui era composto il villaggio vennero distrutte con i lanciafiamme. Altri 800 abitanti di Podhum (vecchi, bambini, donne) furono deportati in campi di concentramento in Italia[42]. Sorte analoga toccò ad altri insediamenti vicini (Potkilavci, Vrana, Ponikve).

Nel Carnaro a gestire i rastrellamenti furono unità italiane di polizia (carabinieri e unità della MVSN) al comando di Temistocle Testa, ma non diversamente si comportarono le unità dell’esercito regolare: nel corso della stessa operazione la divisione di fanteria “Re”, comandata dal generale Salvatore Pelligra[43], saccheggiò e distrusse completamente cinque comuni (Sabar, Gerovo, Trsce, Plersce e Prezid); gli edifici incendiati furono oltre 2.000. Numerosi i massacri, tra cui particolarmente raccapricciante quello degli abitanti di Sabar; fuggiti nei boschi attorno al villaggio in fiamme, furono rastrellati dai militari italiani e – benché totalmente disarmati – fucilati in massa dopo essere stati riportati nel paese distrutto.  I militari italiani coinvolti nelle rappresaglie non mancavano di parlarne nelle lettere che spedivano alle famiglie: “Abbiamo ricevuto l’ordine di uccidere tutti quelli in cui ci imbattiamo e di incendiare ogni cosa, per cui speriamo di finire entro breve tempo”, scriveva un soldato alla moglie, ed un altro: “Quando effettuiamo un rastrellamento usiamo i lanciafiamme, non lasciamo in vita niente, bruciamo tutto”[44].

Non riuscendo a venire a capo da soli della situazione, ed applicando ancora una volta la tattica del “divide et impera”, anche qui le autorità militari italiane cercarono e trovarono un’intesa con le unità irregolari četnice, composte da serbi in gran parte militari dell’esercito jugoslavo sbandatisi dopo la disfatta dell’aprile 1941; essi vennero foraggiati in armi, munizioni e rifornimenti di ogni genere dagli italiani, e spinti alla lotta contro le formazioni partigiane vere e proprie. Più che combattere i partigiani jugoslavisti di Tito i cetnici si distinsero però nei massacri commessi, durante i rastrellamenti, ai danni della popolazione civile croata e musulmano-bosniaca. In tutte le azioni del genere, comunque, i cetnici operavano agli ordini e sotto la direzione di ufficiali italiani[45].

E’ in questo quadro complesso che si inserisce l’apparente anomalia, enfatizzata oltre misura da una parte della storiografia[46] oltre che da numerosi commentatori italiani, ufficiali e non, nel dopoguerra, costituita dall’opposizione italiana alla consegna degli ebrei residenti nella fascia croata sotto il proprio controllo alle autorità ustaša di Zagabria se non direttamente ai rappresentanti del Terzo Reich. Fermo restando che tale atteggiamento ebbe comunque l’effetto di sottrarre un buon numero di esseri umani ai campi di sterminio nazisti, esso non fu provocato da alcun atteggiamento umanitario degli italiani, ma semplicemente da ragioni di opportunità politica; come scrisse alle autorità romane il generale Mario Roatta, ad un tempo macellaio degli sloveni e dei croati e salvatore degli ebrei dalmati (fu egli a negare la loro consegna):

 

Il mio personale punto di vista è che la consegna degli ebrei ai tedeschi o ai croati avrebbe in pratica come conseguenza un indebolimento del nostro prestigio perché provocherebbe gravi ripercussioni tra i cetnici (…) che sarebbero indott(i) a credere che un giorno anch’ess(i) potrebbero venir consegnat(i) agli ustascia”,[47]

 

il cui obiettivo era, notoriamente, eliminare ebrei, serbi e zingari dal territorio del loro Stato indipendente di Croazia.

 

Perché non ci fu un “processo di Norimberga” contro i criminali di guerra italiani

 

Nel 1944 le Nazioni Unite (i paesi membri della coalizione antifascista) decisero di istituire una speciale commissione (la UNWCC), incaricata di raccogliere materiale sui crimini di guerra commessi dalle potenze del tripartito (Germania, Italia, Giappone), per poi istruire a carico dei responsabili processi pubblici a guerra conclusa. Come è noto, ciò avvenne per la Germania e (in minor misura) per il Giappone, ma non per l’Italia, sebbene la UNWCC avesse raccolto abbondante materiale a carico di centinaia di italiani (tra cui lo stesso maresciallo Badoglio, nonché ovviamente il generale Roatta) per fatti avvenuti dal 1935 in poi durante tutte le guerre di aggressione condotte dal fascismo, dall’Etiopia alla campagna di Russia[48].

Ad opporsi sia alla celebrazione di processi davanti a tribunali alleati, sia all’estradizione dei criminali di guerra italiani nei paesi dove essi avevano commesso i loro crimini furono però le mutate contingenze politiche in seguito agli avvenimenti del 1943; all’estromissione di Benito Mussolini dalla carica di capo del governo ed al collasso del fascismo il 25 luglio seguì infatti la nomina a primo ministro di Pietro Badoglio, proprio uno di coloro i cui nomi stavano nella lista delle Nazioni Unite. Di lì a poco Badoglio avrebbe nominato Roatta capo di stato maggiore dell’esercito. In sostanza, gran parte degli alti ufficiali (Pirzio Biroli e Robotti compresi, naturalmente) che ordinarono le più tremende repressioni nei Balcani presero le distanze dal fascismo con la crisi del 1943 e – con l’armistizio dell’8 settembre – traghettarono dalla parte degli Alleati, garantendo loro la continuità dell’amministrazione dello Stato.

A poco valsero i reiterati sforzi della Resistenza jugoslava prima, del governo di Belgrado poi, a liberazione avvenuta, per ottenere la consegna di coloro che avevano sottoscritto ordini criminali come quelli citati poc’anzi nel testo; il clima della incipiente guerra fredda avrebbe reso l’affare ancora più complicato di quanto già non fosse di per sé. Per quanto riguarda le autorità greche, i loro tentativi furono poco più che platonici; la guerra civile che lacerò il paese dal 1944 lasciando in eredità all’Ellade un regime sostanzialmente autoritario contribuì a far cadere un velo di oblio sulle ferite inferte alla società greca dall’occupazione italiana.

 

Fascismo italiano e logiche sterminatorie

 

E’ diventato quasi una sorta di luogo comune ritenere il fascismo italiano come alieno dalle logiche intrinsecamente sterminatorie che sarebbero proprie del solo nazionalsocialismo; anche soltanto un esame sintetico e sicuramente incompleto delle politiche di occupazione condotte dal regime mussoliniano nell’area balcanica (e si tenga conto che ho volutamente trascurato terreni altrettanto importanti quali la guerra d’Etiopia e poi la politica di occupazione condotta nel paese africano per 5 anni, dal 1936 al 1941, la guerra di Spagna, la campagna di Russia, per non parlare della riconquista della Libia portata avanti dal fascismo negli anni Venti, con i loro corollari di crimini di guerra, rappresaglie contro i civili, deportazioni, campi di concentramento e così via[49]) rende però il quadro assai più problematico; è fattualmente dimostrabile che l’Italia monarchico-fascista mise in atto nei territori balcanici occupati politiche non particolarmente dissimili da quelle attuate dal Terzo Reich nei confronti dei paesi occupati dell’Europa orientale e balcanica, dalla Polonia, all’Unione Sovietica, ai territori jugoslavi sotto il controllo della Wehrmacht, politiche cioè che, a quanto risulta con la piena consapevolezza da parte degli esecutori, nei fatti rasentarono il genocidio.

Affermo ciò senza voler minimamente trascurare che il regime monarchico-fascista non attuò mai misuredirettamente sterminatorie nei confronti e degli ebrei residenti nel Regno e di quegli ebrei che caddero in mano fascista nei territori occupati dall’Italia nel corso della seconda guerra mondiale; è però a mio parere legittima la domanda se si sia trattato di una differenza di natura qualitativa o quantitativa, posto che obiettivo chiarissimo delle autorità fasciste era l’espulsione totale degli ebrei dal territorio nazionale. L’Italia, cioè, doveva diventarejudenrein, ripulita dagli ebrei, attraverso una drastica deportazione tendenzialmente coatta. Non diversamente, i dirigenti del Terzo Reich avevano pensato di raggiungere lo stesso obiettivo tramite la deportazione in massa; verificata l’impossibilità di attuarla, si volsero allo sterminio. Non è irragionevole pensare che, se il fascismo non fosse crollato sotto il peso dei propri errori e delle sconfitte subite, anche nel nostro paese si sarebbe innescato un analogo processo di radicalizzazione.

Una questione anch’essa di sicura rilevanza è l’analisi delle motivazioni di medio e di breve periodo che indussero le autorità civili e militari italiane ad attuare misure terroristiche come quelle descritte nelle pagine precedenti; occorre a questo proposito distinguere tra derive di medio periodo, che affondavano la loro origine ben dentro l’Italia liberale, e componenti specificatamente fasciste. Tra le prime, un ruolo importante fu giocato dall’antislavismo radicale costitutivo del nazionalismo espansionistico italiano di fine Ottocento, uno dei principali filoni confluiti nel movimento interventista che nel 1914 si agitò per spingere l’Italia nella prima guerra mondiale[50]; nei confronti degli slavi, vissuti come ostacolo da quelle correnti irredentistiche che, nel primo scorcio del secolo XX, avevano ormai trasformato l’aspirazione al completamento dell’unità nazionale in slancio imperialistico verso la sponda orientale del mare Adriatico, iniziarono allora a risuonare accenti razzisti: come scrisse immediatamente prima dello scoppio della Grande guerra l’esponente nazionalista Ruggero Fauro (più noto con lo pseudonimo di Timeus, con cui era solito firmare i suoi scritti),

 

gli italiani e gli slavi erano «due razze che si combattono oscuramente ogni giorno ed ogni minuto», e (…)la lotta tra le due nazionalità era «una fatalità che non può avere il suo compimento se non nella sparizione completa di una delle due razze che si combattono» (…). «Per noi ha comunque più valore l’esistenza di diecimila italiani che quella di cinquanta o centomila slavi»[51].

 

Il fascismo, che assorbì il nazionalismo organizzato e ne fu profondamente impregnato, ereditò il suo virulento spirito antislavo e la sua carica imperialistica, fondendola con l’enfasi sulla missione civilizzatrice di Roma e la superiore civiltà italica che gli era propria, nonché con l’idea catafratta, organicistica e monistica di nazione che lo caratterizzava.

Obiettivi principali dell’espansionismo italiano nei Balcani (altro e diverso discorso bisognerebbe fare per quanto riguarda le colonie africane[52]) era da un lato l’italianizzazione forzata della popolazione residente, dall’altro la sostituzione delle élites locali con un ceto dominante e dirigente costituito da italiani, fossero essi sia amministratori, pubblici funzionari, militari, sia imprenditori, commercianti o coloni. Assimilazione forzata da un lato, eliminazione dell’intelligencija e delle élites (quanto meno di tutti quei loro membri che non fossero disposti ad adattarsi al ruolo di sottomesso tirapiedi dei nuovi padroni) dall’altro erano in quest’ottica due facce della stessa medaglia.

Il fatto che le popolazioni dei territori balcanici occupati fossero ben lungi dall’accettare di buon grado la “civiltà” dell’invasore radicalizzò le posizioni delle autorità italiane; la resistenza opposta dai residenti fu letta come un’ulteriore prova della loro barbarie intrinseca, della loro inferiorità spirituale e razziale, e ciò indusse gli occupanti a rappresaglie vieppiù dure, rafforzando le posizioni di chi sosteneva la necessità di risolvere il problema alla radice eliminando fisicamente parte dei residenti o deportandoli in massa, se necessario tutti quanti.

La propaganda diffusa dai vertici politici, amministrativi e militari del regime fascista, ulteriormente amplificata dalle autorità d’occupazione, non poteva naturalmente rimanere senza riscontro tra i membri delle truppe italiane stanziate nei Balcani; tra i soldati la convinzione che gli slavi fossero barbari subumani era notevolmente diffusa[53], ed essa si univa al desiderio di bottino, che da un lato traeva la sua origine nella povertà diffusa nelle campagne italiane da cui venivano buona parte dei fanti del Regio esercito, dall’altro si alimentava delle promesse di prosperità che per gli italiani sarebbe dovuta scaturita dalla ricostituzione dell’Impero romano e dalla trasformazione dell’Adriatico (se non di tutto quanto il Mediterraneo) nel mare nostrum, promesse di cui Mussolini ed i suoi gerarchi, ma anche buona parte delle élites italiane dell’epoca (compresi coloro che dopo il 25 luglio 1943 avrebbero in gran fretta gettato nell’immondizia labari, fasci littori e camicie nere), era stati ampiamente prodighi.

Quanto gli slogan antislavi del fascismo fossero profondamente penetrati nella truppa lo dimostrano prima di tutto i massacri e le distruzioni perpetrati durante i 29 mesi di occupazione, ma anche testimonianze coeve degli stessi esecutori; il 1° luglio 1942, ad esempio, un milite della MVSN in servizio nel Montenegro scriveva alla moglie:

 

Abbiamo distrutto ogni cosa da cima a fondo senza risparmiare gli innocenti. Uccidiamo intere famiglie ogni notte, picchiandoli a morte e uccidendoli. Basta che facciano un movimento, noi spariamo senza pietà. Se muoiono, muoiono. Stanotte ci sono stati cinque morti; due donne, un bambino piccolo e due uomini[54].

 

Ed un fante, di stanza nella Croazia meridionale, riferì con tono dispiaciuto alla famiglia che:

 

Prendiamo qualunque cosa possiamo portare via e alla fine incendiamo le case, ma noi mortaisti non siamo fortunati perché arriviamo per ultimi quando ormai resta ben poco da prendere…[55].


[1] A tutt’oggi manca ancora una ricostruzione globale delle politiche di occupazione dell’Italia fascista nei Balcani; gli studi pur pregevoli di Enzo Collotti, Teodoro Sala, Tone Ferenc hanno finora analizzato aspetti importanti ma purtuttavia parziali della questione; l’interessante studio di Davide Rodogno, Le politiche d’occupazione dell’Italia fascista nei territori dell’Europa mediterranea conquistati durante la seconda guerra mondiale, tesi di dottorato discussa presso l’Institut universitarie de hautes études internationales di Ginevra (relatore Philippe Burrin), ora in corso di pubblicazione per i tipi di Bollati Boringhieri, pur fornendo notevoli spunti su molte questioni (cfr. il saggio pubblicato in questa stesso fascicolo, infra) ha un taglio troppo generale per potersi soffermare più di tanto sull’area. Proprio per questo è di grande interesse la ricostruzione, ancorché non sempre rigorosa e talvolta viziata da un taglio eccessivamente giornalistico che ne ha fatto il giornalista italoamericano Michael Palumbo; egli è stato il primo a servirsi dei dossier sui crimini di guerra italiani raccolti a suo tempo dalla United Nations War Crimes Commission (d’ora in poi UNWCC) ed ora conservati presso gli archivi dell’ONU. L’indagine di Palumbo è servita come base per la realizzazione da parte della BBC del documentario Fascist Legacy (di cui fu autore il regista Ken Kirby), mandato in onda dall’emittente britannica nel novembre 1989 e mai mostrato al pubblico italiano da alcuna televisione nazionale, pubblica o privata, nonostante in proposito fosse sorto all’epoca un vivace dibattito sulla stampa della penisola. Solo recentemente, per la benemerita iniziativa del Goethe-Institut di Torino, ne è stata acquisita una copia in DVD che è stata proiettata al pubblico del capoluogo subalpino in occasione delle celebrazioni della Giornata della Memoria 2001; il filmato è a disposizione di altre istituzioni culturali per iniziative analoghe.

[2] Cfr. in proposito Hagen Fleischer, Im Kreuzschatten der Mächte, Frankfurt am Main, Fischer, 1986, pp. 117-118.

[3] E’ la cifra che compare nella documentazione ufficiale jugoslava raccolta dopo la fne della guerra dal governo di Belgrado e pubblicata parzialmente in inglese con il titolo di Report on Italian Crimes in Jugoslavia (d’ora in poi RIC); l’ordine di grandezza corrispone a quanto risulta dall’archivio dell’UNWCC.

[4] In seguito all’uccisione, presumibilmente per mano di criminali comuni, di due ufficiali italiani incaricati dall’Intesa di tracciare il confine greco-albanese in un’area contesa, Mussolini ordina l’occupazione militare dell’isola di Corfù, per poi fare retromarcia di fronte all’atteggiamento ostile assunto da Gran Bretagna e Francia.

[5] Cfr. il contributo di Giovanni Villari in questo stesso fascicolo, infra.

[6] Comité International de la Croix-Rouge (d’ora in poi CICR), Ravitaillement de la Grece pendant l’occupation 1941-1944, Ginevra, s.e., 1948, p. 36.

[7] Ivi, pp. 80-84.

[8] Archivio dell’ONU (d’ora in poi A-ONU), carte dell’UNWCC, documento 4.052/GR/IT/26.

[9] Ivi, documento 7.330/GR/IT/103.

[10] Per Sira cfr. Philip Argenti, The Occupation of Chios, Cambridge, Cambrige University Press, 1966, pp. 301-305; per Niasso A-ONU, carte dell’UNWCC, documento 3.799/GR/IT/20.

[11]  A-ONU, carte dell’UNWCC, documento 3.876/GR/IT/24.

[12]  Office Nationale Hellenique des Criminels du Guerre, Les atrocités des quatres envahisseurs de la Grèce, Atene, s.e., 1948, pp. 3-4.

[13]  Sulla”Legione valacca” vedi National Archives and Records Administration, Washington (d’ora in poi NARA), rolls T-821/354/786-8/824-6.

[14] Si trattava dei villaggi di Palaiomonastero, Mouzakion, Porta, Dousiko, Gomphos, Morphovounion, Mesenikolas.

[15]  Sul massacro di Domenikos cfr. A-ONU, carte dell’UNWCC, documenti 3.783/GR/IT/14 e 3784/GR/IT/15.

[16]  Sui fatti di Tsaritani vedi Vosou Kalogianni, Tsaritani i Storiki Patrida Tou Ikomonou Ex Idomon, s.l., s.e., s.d., p. 83.

[17]  A-ONU, carte dell’UNWCC, documento 6.819/GR/IT/131.

[18]  Ivi, documento 6.739/GR/IT/66.

[19]  Cfr. Documents Concerning Denationalization of Yugoslavians in the Julian March, Belgrado, s.e, 1946.

[20]  Italian War Crimes in Yugoslavia, London, 1945, pp. 18-51.

[21]  NARA, roll T-821/498/990. Sull’occupazione italiana della provincia di Lubiana cfr. inoltre gli importanti studi di Tone Ferenc, La provincia italiana di Lubiana. Documenti 1941-1942, Udine, Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione, 1994; Si ammazza troppo poco. Condannati a morte, ostaggi, passati per le armi nella provincia di Lubiana, 1941-1943. Documenti, Ljubljana, Institut za novejso zgodovino – Drustvo piscev zgodovine NOB, 1999; Rab – Arbe – Arbissima. Confinamenti, rastrellamenti, internamenti nella provincia di Lubiana, 1941-1943. Documenti, Ljubljana, Institut za novejso zgodovino – Drustvo piscev zgodovine NOB, 2000.

[22]  RIC, pp. 39-60.

[23]  Cfr., per il durissimo Lager collocato sull’isola di Rab (Arbe), lo studio poc’anzi citato di Tone Ferenc, Rab – Arbe – Arbissima, cit.

[24]  Cfr. Pero Moraca, Les crimes commis par les occupants et leur aides en Yugoslavie au cours de la Seconde guerre mondiale, in “The Third International Conference on the History of Resistence Movements”, vol. 5, pp. 30-31.

[25]  RIC, pp. 108-111.

[26]  A-ONU, carte della UNWCC, reel 25, frame 1.072. Sulla circolare 3C vedi anche Giorgio Bocca, Storia d’Italia nella guerra fascista, Bari, Laterza, 1969, pp. 467-468, e, più recentemente, Massimo Legnani, Il ‘ginger’ del generale Roatta, le direttive della 2ª armata sulla repressione antipartigiana in Slovenia e Croazia, in “Italia Contemporanea”, nn. 209-210, dicembre 1997 – marzo 1998, pp. 156-174, nonché il fondamentale volume di Tone Ferenc, Si ammazza troppo poco , cit.

[27]  Boris Furlan, Fighting Yugoslavia, s.l., s.e., s.e., p. 113.

[28]  RIC, p. 123.

[29]  Sui Lager italiani in Jugoslavia cfr. Moraca, Les crimes, cit., pp. 46-47; inoltre RIC, pp. 106 e 108-111. Oltre a Rab e Molat altri campi di concentramento erano a Plaski, Bukar, Kraljevica, Glib e Bar. Rinvio inoltre al contributo di Davide Rodogno in questo fascicolo, infra, nonché agli studi ancora in corso di Carlo Spartaco Capogreco, di cui una prima sintesi è apparsa recentemente in Costantino Di Sante (a cura di), I campi di concentramento in Italia. Dall’internamento alla deportazione (1940-1945), Milano, Angeli, 2001

[30]  Cfr. Tone Ferenc, Rab – Arbe – Arbissima, cit.

[31] Nella sostanza il Montenegro sotto occupazione italiana venne ad avere uno status analogo a quello del Protettorato di Boemia e Moravia rispetto al Terzo Reich.

[32]  Riportato in Galeazzo Ciano, Dario 1939-1943, Milano, Rizzoli, 1963, vol. 2, p. 63.

[33]  RIC, p. 155.

[34]  NARA, roll T-821/357/854.

[35]  RIC, pp. 157-158.

[36]  Ibidem; cfr. inoltre Giacomo Scotti, L’inutile vittoria, Milano, Mursia, 1989, pp. 342-345.

[37]  NARA, roll T-821/357/826.

[38]  RIC, pp. 189-194.

[39]  Cfr. in proposito i riferimenti in Holm Sundhaussen, Wirtschaftsgeschichte Kroatiens 1941-1944, Stoccarda, DVA, 1986; e Walter Manoschek, “Serbien ist judenfrei”, Monaco, Oldenbourg, 1996.

[40]  In proposito si vedano i contributi di Eric Gobetti e Pasquale Juso in questo fascicolo, infra, nonché i loro studi, Eric Gobetti, Dittatore per caso. Un piccolo duce protetto dall’Italia fascista, Napoli, L’ancora del mediterraneo, 2001; e Pasquale Iuso, Il fascismo e gli Ustaša. Storia del separatismo croato in Italia, Roma, Gangemi, 1999.

[41]  A-ONU, carte della UNWCC, documenti 890/YU/IT/27 e 891/YU/IT/28.

[42]  RIC, p. 38.

[43]  Il 27 settembre 1943, a Spalato, Pelligra, assieme agli altri ufficiali generali che con lui erano alla testa della divisione “Bergamo”, fu costretto ad arrendersi alla divisione della Waffen SS “Prinz Eugen”, che avevano investito la città costiera. Lo stesso giorno venne dai tedeschi fucilato insieme a numerosi altri graduati.

[44]  Le lettere citate stanno in A-ONU, carte della UNWCC, documenti 890/YU/IT/27 e 891/YU/IT/28, cit; altre di analogo tenore si possono leggere in Giacomo Scotti, L’inutile vittoria, cit., pp. 342-345.

[45]  NARA, roll T-501/264/899; nonché RIC, p. 178.

[46]  Mi riferisco in particolare al volume di Jonathan Steinberg, Tutto o niente. L’Asse e gli Ebrei nei territori occupati 1941-1943, Milano, Mursia, 1997 (ed.or. All or Nothing. The Axis and the Holocaust, London, Routledge, 1990.

[47]  Frase citata per altro dallo stesso Steinberg, a p. 63 dell’edizione originale.

[48]  Negli archivi dell’ONU sono depositati 1.200 dossier a carico di italiani indagati per crimini di guerra dalla UNWCC.

[49]  Solo per le ex colonie africane dell’Italia possediamo un quadro complessivo ed esaustivo delle politiche repressive messe in atto dal regime monarchico fascista, grazie agli studi di Angelo Del Boca, alle cui opera omnia in merito è obbligatorio fare riferimento.

[50] Faccio riferimento qui sia all’Associazione Nazionalista, il partito di estrema destra imperialista ed antiparlamentare fondato nel 1910 da Enrico Corradini, Alfredo Rocco, Luigi Federzoni, quanto alla destra liberale che anch’essa coltivava ambizioni imperiali sulla costa dalmata, nonché agli ambienti della cultura elitista, antidemocratica ed antisocialiswta rappresentati da un personaggio come il poeta Gabriele D’Annunzio.

[51] Enzo Collotti, Sul razzismo antislavo, in Alberto Burgio, Nel nome della razzaIl razzismo nella storia d’Italia 1870-1945, Bologna, Il Mulino, 1999, pp. 39-41. I brani citati dall’autore provengono da Ruggero Timeus, Scritti politici (1911-1915), Trieste, 1929, pp. 63 e 496.

[52]  Colà prevaleva, ed ancor di più avrebbe prevalso dopo la conquista dell’Etiopia, una linea di apartheid che voleva mantenere rigidamente separati indigeni e colonizzatori; vennero infatti proibiti i matrimoni misti, represse le convivenze, e negati i diritti civili ai figli di coppie miste. Il razzismo fascista avrebbe infatti avuto i suoi incunaboli nelle colonie africane.

[53]  Come dimostrano numerose lettere reperibili in diversi fondi archivistici; cfr. quelle, già richiamate, citate da Giacomo Scotti, L’inutile vittoria, cit., passim.

[54]  Dalla raccolta di materiale fatta da Michael Palumbo per la BBC.

[55]  RIC, p. 130.

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