Il ricordo dell’orrore nazista non muoia. L’incontro di Nunzio Di Francesco con gli studenti dell’Istituto “Piazza” di Palermo del 27 gennaio 2011.

Il ricordo dell’orrore nazista non muoia

L’appello “dell’ultimo siciliano” sopravvissuto

di Antonella Lombardi    da: www.piolatorre.it

                   tratto da Asud’Europa   Anno 5 n. 2  – 31 gennaio 2011

‘Siamo arrivati a Mathausen dentro un carro bestiame. A

frustate ci hanno stipato in un treno che dal Brennero ha

impiegato tre giorni per arrivare al lager’.

Il siciliano Nunzio Di Francesco, presidente dell’Anpi di Catania,

l’associazione dei partigiani, racconta cosi’ ai ragazzi dell’istituto

Piazza di Palermo la sua esperienza da unico sopravvissuto siciliano

nei campi di concentramento, in occasione della Giornata

della memoria. L’incontro fa parte di un ‘Progetto sulla pace incentrato

sulle grandi ingiustizie sociali nel mondo, come la Shoa o la

mafia’ – spiega la referente, l’insegnante Anna Mattina  non a caso

inizia in coincidenza della giornata della memoria e si concludera’

il 23 maggio in occasione dell’anniversario della strage di Capaci’.

La manifestazione si e’ aperta con un canto collettivo dei ragazzi

sulle note di ‘Imagine’ di John Lennon. L’iniziativa e’ stata realizzata

grazie al dirigente scolastico Rosolino Arico’, insieme al vicepreside

Giovanni Di Chiara. Ma e’ la lucida precisione dei ricordi

di Nunzio Di Francesco, partigiano antifascista della brigata Garibaldi,

87 anni portati con fierezza, a ricordare il senso della giornata

della memoria, dedicata ai ragazzi: ”Ho scritto tre libri, da

anni parlo ai ragazzi delle scuole e ricordo loro il sacrificio di una

giovanissima partigiana catanese, Graziella Giuffrida, seviziata e

uccisa a 21 anni’. Il pensiero corre al suo arrivo nei campi di sterminio,

prima Bolzano, poi Mathausen e Gusen. ‘Era l’11 gennaio

1945, dei 501 deportati da Bolzano siamo sopravvissuti in 47. Sapevamo

di andare a morire e con la forza della disperazione tentammo

sul treno un’evasione. Qualcuno aveva lasciato nel carro

uno scalpello e un martello, ma su ogni vagone c’era un cane poliziotto.

Ci sono stati interminabili minuti di fuoco e la repressione

e’ stata durissima’.

Al suo arrivo a Bolzano vede ‘Un uomo a testa in giu’, legato a un

palo, le mani e il viso anneriti dal freddo’. Implora acqua e Nunzio

si china a prendere un po’ di neve da avvicinare alla bocca. E’ il

primo dei tanti gesti di pieta’ che sara’ punito con sadica ferocia dai

nazisti. Conosce presto le torture del campo e i capricci dei Kapò,

i pagliericci intrisi della pipì dei dannati, le dita che avide frugano

tra le bucce di patate marce e i pezzetti di carbone per sopravvivere

ancora un altro giorno, i supplizi sulla neve. La ferocia ha un

limite che diventa elastico e che puo’ essere spostato a piacimento,

come scopre il giorno del suo ventunesimo compleanno:

‘Alcune SS lanciavano dall’alto dei bambini vivi a cui sparavano

altri nazisti dal basso, infilzandoli con le baionette. Sono scoppiato

a piangere e per questo ho preso altre 25 frustate da due kapò’.

Scampa piu’ volte alla morte, come quando, lamentandosi per i

dolori, viene spedito in infermeria. Stranamente chi entra li’ non fa

piu’ ritorno. ‘Riconosco la sigla ‘IT’, italiano, sulla giubba di un medico

che prestava soccorso. Parliamo sottovoce, lo aggiorno sulla

situazione fino all’ottobre del 1944′. Nunzio è finito nella stanza

degli orrori, dove i prigionieri diventavano cavie per gli esperimenti.

‘Il medico mi dà di nascosto due pastiglie e finge un’iniezione con

una siringa vuota’. Di Francesco ricorda anche la cosiddetta

‘scala della morte’, quei 186 gradini di Mathausen lungo i quali

i prigionieri trasportavano ‘in fila indiana, su gradini malfatti,

enormi pietre contenute in cassette di legno, ricevendo frustate

dagli aguzzini. Una visione da inferno dantesco’. Quando finalmente

arriva la liberazione, non si regge in piedi. ‘Avevo la pleurite,

il cuore in difficoltà, il setto nasale rotto, una serie di ferite

infette e pesavo solo 30 chili. Ero mostruoso’. Quando all’ospedale

di Linz, pensando di fare una cosa gradita, gli ex militari gli

fanno vedere le foto del suo stato, urla come un pazzo.

La memoria riaffiora. Il medico ordina di distruggerle per evitare

ulteriori danni psicologici. Ma Nunzio ricorda anche il primo,

agognato piatto di maccheroni chiesto a una suora svizzera.

‘Che sia rosso! – avevo chiesto – peccato che invece del sugo

avevano usato la marmellata di ciliege’. Quando finalmente riesce

a tornare dai suoi, in Sicilia, che lo credevano morto, trova

un’altra atmosfera.

‘Avevo l’affetto solo della mia famiglia, ma per gli altri eravamo

appestati. Ricordo la compassione del parroco che mi aveva

definito ‘pecorella smarrita’. Al distretto militare di Catania non

considerano gli attestati del Cln di Torino e per gli ospedali militari

di Messina e Palermo io non sono infermo’. Il divario tra un

Nord lacerato e un Sud che non ha conosciuto la Resistenza e’

altissimo. ‘Mi viene negata la pensione di guerra, mentre ai reduci

fascisti vengono conferiti pensioni e impieghi negli enti

pubblici’. Come ricorda il suo libro, ‘Il costo della liberta’ ‘, pubblicato

da Bonanno, ha un prezzo altissimo.

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