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L’intervista ai due giornalisti di Controradio, autori del volume “Ribelli” (Infinito edizioni), patrocinato dall’Anpi, dove a prendere parola sono 15 partigiane e partigiani che raccontano la loro storia ma riflettono anche sull’Italia com’è oggi e come doveva essere. Una narrazione dalla parte di chi ha visto nascere la Repubblica. Gli autori: “Fiducia nei giovani come motore di ribellione”

Margot, Saturno, Sugo, Sosso, Didala e Mimì sono alcuni dei 15 “Ribelli” protagonisti del libro-intervista di Domenico Guarino e Chiara Brilli(Infinito edizioni).
15 uomini e donne, partigiani e partigiane, che giovanissimi decisero di mettere tutto in gioco per riacquistare quella libertà che il fascismo aveva cancellato. E che in queste pagine patrocinate dall’Anpi e nel documentario allegato, realizzato da Massimo D’orzi e Paola Traverso (prodotto da “Il Gigante”), si raccontano e confrontano l’esperienza del ventennio fascista con l’Italia attuale.
Un viaggio attraverso la Resistenza, dalla cui esperienza nacque la Costituzione italiana. Ne parliamo con gli autori Chiara Brilli e Domenico Guarino, giornalisti dell’emittente radiofonica Controradio-Popolare Network.
“Ribelli” racconta la Resistenza attraverso le storie di 15 suoi protagonisti. Che valore ha oggi per voi dare voce ai fautori della lotta partigiana in Italia?
D. Guarino: Ha diversi significati. Nel 150° dell’Unità, ci sembrava giusto dar voce a chi aveva combattuto perché l’Italia fosse un paese, non solo coerente sotto il profilo della territorialità, ma anche libero e democratico. In secondo luogo ci interessava ricordare il legame tra la Repubblica e la Liberazione per mezzo della Costituzione, in un momento in cui ancora pochi la conoscono e molti volevano (vogliono) stravolgerla. Infine, nell’epilogo del berlusconismo, c’era questa curiosità di esaminare il presente attraverso gli occhi di chi un regime lo aveva vissuto e combattuto, rischiando tutto, come diciamo nell’introduzione, e innanzitutto la propria vita, a vent’anni o poco più.
C. Brilli: Teresa Vergalli, una delle partigiane che abbiamo intervistato, fa notare come “oggi si parli solo dei ‘ragazzi di Salò’, ma anche noi partigiani eravamo dei giovani. Con la differenza che eravamo dalla parte giusta”. È proprio questo il senso che abbiamo voluto dare alle nostre interviste. Raccontare e fare sentire ai ragazzi di oggi, ai diciassettenni/ventenni di oggi, che la Resistenza è stata fatta proprio da loro coetanei, che hanno lottato per degli ideali che ancora oggi sono alla base della nostra democrazia. Hanno fatto tanto nel passato per l’Italia e soprattutto, non dobbiamo dimenticare, che hanno tanto da dire oggi per il futuro del nostro paese. Per questo era importante potergli dare ancora voce.
Ad accompagnare il libro il documentario di Massimo D’orzi e Paola Traverso. Come nasce l’idea di accompagnare al libro un contributo video?
C. B.: Oltre alla voce, abbiamo voluto anche dare un volto a queste persone, un’immagine, una testimonianza visiva di quanto i loro occhi, a 67 anni di distanza, fossero ancora pieni di forza, vitalità e voglia di arrabbiarsi. Sguardi lucidi sull’oggi, così come le loro gambe, i loro muscoli e la loro forza fisica e tenuta psicologica lo sono stati sotto i bombardamenti, nella macchia, difronte ai nazifascisti e ai soprusi del ventennio. Sappiamo poi quanto il linguaggio delle immagini sia il più vicino a un pubblico giovanile che abbiamo considerato essere il nostro primo interlocutore. E’ venuto naturale collaborare infine con D’orzi e Traverso del Gigante Cinema per la cura che loro rivolgono proprio alla narrazione per immagini.
Al centro del vostro libro-intervista c’è il ruolo della Resistenza nella costruzione della nostra Costituzione. Una conquista ottenuta grazie al sacrificio di tutti coloro che hanno deciso di lottare per sconfiggere il fascismo e costruire una nuova società. A emergere però è il senso di una vittoria conquistata a metà: l’idea di una società ugualitaria e solidale che non si è interamente realizzata, a cui si accompagnano appelli affinché la Costituzione nata dall’esperienza della Resistenza sia finalmente applicata. Qual è la strada che andrebbe seguita affinché ciò possa avvenire?
D. G.: Semplice: attuarla! Non costa molto, né è troppo difficile: basta pretenderlo! Con forza e decisione. Di fatto è come se gli italiani avessero messo la firma su un ‘contratto’ sociale e politico di cui conoscono poco. E invece si tratta proprio di un bel contratto! Ciò che vorrei dire ai cittadini italiani è che la Costituzione non è un a fregatura, ma una cosa bellissima, a disposizione di tutti. E la sua piena attuazione risolverebbe molti dei problemi che abbiamo di fronte in un momento di cosiddetta ‘crisi’, in cui il tentativo sempre più smaccato è quello di comprimere i diritti e le garanzie maturate proprio sulla base della Costituzione. Quindi l’appello è: conoscetela e chiedetene l’attuazione. A partire dal primo articolo che è, come sappiamo, il diritto al lavoro. E in generale, dal suo DNA, che è il principio della dignità dell’essere umano che è assoluta e intangibile.
C. B.: I partigiani che abbiamo incontrato sono stati costretti a prendere le armi e a rischiare la propria vita per creare una società migliore. Oggi, nonostante tutte le difficoltà che viviamo (dalla crisi economica all’involuzione culturale, dai rigurgiti fascisti agli attacchi alla giustizia), siamo avvantaggiati perché possiamo/dobbiamo indignarci e impegnarci avendo però già una garanzia di speranza: una Costituzione alle spalle che loro non avevano. Forti di quella Costituzione, dei suoi valori e principi, noi siamo chiamati ogni giorno a rivendicarla.
Nelle parole dei protagonisti di “Ribelli” si susseguono incoraggiamenti affinché una nuova Resistenza, pacifica e tutta riportata nell’alveo della democrazia, si levi. Un appello rivolto soprattutto ai giovani. I nuovi movimenti che pian piano stanno nascendo anche in Italia pensate possano essere il motore di un nuovo cambiamento?
C. B.: Questa stessa domanda l’abbiamo rivolta ai partigiani, tutti hanno concordato nel credere che proprio dai giovani possa rinascere una ribellione democratica. Dai giovani, dalle donne e dai migranti. “Tutte le rivoluzioni sono state fatte dai giovani – ci ha detto Vittorio Meoni, unico sopravvissuto all’eccidio di Montemaggio – il Risogimento l’hanno fatto i giovani, la Resistenza l’hanno fatta i giovani e venivano da un ventennio di educazione fascista, il ’68 l’hanno fatto i giovani…”. Vergalli sottolinea l’importanza della primavera del mediterraneo e si chiede se alla fine a salvarci non saranno proprio quelli che abbiamo tanto respinto davanti alle nostre coste o rinchiuso nei Cpt. Didala Ghilarducci ci ricorda come le sedi delle Anpi siano sempre più piene di giovani iscritti. Ognuno di loro dall’alto dei suoi ottanta/novantanni di vita ha la speranza di mettere in mano il futuro nei giovani ma sottolineano anche come debba esserci una sponda politica in grado di essere rappresentativa delle loro istanze. Cosa che al momento, nemmeno nel centrosinistra, si riconosce.
La sollevazione delle donne con i movimenti del 12 febbraio ha rivendicato un ruolo centrale nella società, opponendosi a quella logica che negli ultimi anni sembrava avere creato un nesso inscindibile fra bellezza e successo/affermazione professionale. Questa sollevazione lascia prefigurare una nuova emancipazione delle donne, così come lo fu la Resistenza, grazie alla quale le donne ottennero non solo il diritto al voto, ma anche un protagonismo nella vita del paese che fino ad allora non avevano conosciuto?
C. B.: Senza le donne la Resistenza non sarebbe stata possibile: da coloro che presero le redini delle responsabilità in casa mentre gli uomini erano entrati in clandestinità fino alle staffette e alle partigiane. Ognuna portò il suo contributo non solo alla Liberazione ma anche all’acquisizione di una consapevolezza di genere. E senza le donne, senza il loro voto, la Repubblica non sarebbe stata possibile. Maria Lisa Cinciari Rodano, prima vicepresidente della Camera evidenzia come il movimento ‘Se non ora quando’ oggi stia rivendicando una dignità femminile che era alla base della partecipazione delle donne nella Resistenza.
D. G.: In Italia non ci sarà mai una democrazia compiuta fin a quando il ruolo delle donne non sarà adeguato alle loro capacità, otre che al loro ‘peso’ demografico. Incredibile, ad esempio, ancora nel 2011, dover esultare per la presenza di sole tre donne nell’ultimo esecutivo. Ci dicono: ma sono in tre ministeri chiave. E allora? Dovevano essere 9 su 16. O anche più.
A ognuna delle persone intervistate avete chiesto se trovassero delle similitudini fra il fascismo e il governo Berlusconi, che all’epoca della stesura del volume era ancora in carica. Similitudini che tutti riconoscono, in ragione di una comune tendenza a creare una società omologata, soprattutto attraverso il dominio dei mezzi di comunicazione di massa, e di una linea politica dominata dalla legge del più forte e dal tentativo di annullare il dissenso. Qual’è la vostra opinione?
D. G.: In realtà il problema, come tutti affermano, non è tanto Berlusconi, ma il ‘berlusconismo’ che, purtroppo, pervade gran parte della nostra cultura, prima ancora che della nostra politica. Questo, anche per noi, è un grosso problema. Che va affrontato il prima possibile, ripensando un orizzonte ideale che sappia immaginare un’alternativa. Dico ‘alternativa’ e non ‘alternanza’ che presuppone l’adozione dello status quo come unico contesto praticabile, mentre noi crediamo che l’Italia meriti, non solo un governo, ma anche una politica migliore.
A dominare, nella riflessione sul presente, è l’idea di una televisione intesa come “mezzo di coercizione di massa”. Credete che con quella che sembrerebbe essere la fine dell’era Berlusconi la tv potrà tornare a essere anche un servizio pubblico?
C. B.: Sarebbe auspicabile. Detto che, significativamente, l’avvento del digitale terrestre è coinciso, guarda caso, con la fine del governo Berlusconi (qualcosa vorrà pur dire…) in realtà la sfida del prossimo futuro, o meglio, già del presente, è la capacità di immaginare e realizzare una rete realmente libera e realmente democratica. Un’impresa non da poco, su cui ci piacerebbe vedere impegnata la sinistra.
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