Arcigay, ANPI, La Città Felice, Codipec Pegaso, UDU e CGIL
presentano
Documentario, Mostra Antologica e Reading
la lettura dei brani scelti sarà a cura di:
Orazio Condorelli, Pamela Nicolosi e Alessandro Motta
interverranno esponenti delle singole associazioni
Una vita spezzata
diario 1941-1943
di Jaap Walvis e Alkmar Tjpkenne
venerdì 27 gennaio 2012 ore 17,00
Aula Conferenze Cgil Catania
via Crociferi, 40
Il mese di Febbraio 2012 sarà caratterizzato dalle azioni della campagna che culmineranno con una manifestazione a Roma di “consegna delle firme” al Governo
Dal 7 febbraio associazioni e gruppi locali si attiveranno a sostegno della campagna “Taglia le ali alle armi” promossa da Sbilanciamoci!, Tavola della Pace e Rete Italiana per il Disarmo con il sostegno di Unimondo, GrilloNews e Science for Peace per chiedere al nostro Governo di non procedere all’acquisto di 131 caccia bombardieri Joint Strike Fighter F-35.
La data di inizio di questa nuova fase della campagna, che è attiva del 2009 e già ha raccolto oltre 45.000 adesioni, non è scelta a caso: “In quello stesso giorno nel 2007 il sottosegretario Forcieri firmava l’accordo per la partecipazione alla seconda fase del programma – sottolinea Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo – in cui si mettevano le basi anche per il successivo acquisto. Ma senza prevedere, come recentemente è stato dimostrato, alcuna penale prima della firma di un nuovo contratto: qualcosa che non è mai avvenuto e che ci permetterebbe ancora un dietro-front”.
Proprio quanto chiedono le realtà promotrici della campagna, che sottolineano gli enormi costi che avrebbe per il nostro paese una tale decisione (almeno 15 miliardi per l’acquisto e circa il triplo considerando anche il successivo mantenimento) in una fase di crisi economica che impone grossi sacrifici a tutti gli italiani.
“In un momento di grave crisi per tutto il Paese troviamo fuori luogo che il Ministro-Ammiraglio Di Paola nei suoi monologhi televisivi continui imperterrito a difendere l’F-35, promettendo al massimo qualche sforbiciata – precisa a riguardo Massimo Paolicelli della Rete Italiana per il Disarmo – Parlare di un programma di elevato valore operativo, tecnologico e industriale vuol dire non tenere in considerazione i rilievi negativi dello stesso Pentagono ed i ripensamenti di molti paesi partner nel progetto”. Sono infatti diverse che denunciano il continuo lievitare dei costi a causa dei tempi di sviluppo e produzione che si allungano per mettere mano ai forti deficit qualitativi dell’aereo. Chi oggi dovesse firmare il contratto per l’acquisto dell’F-35 si assume la forte responsabilità di gettare al vento ingenti somme di denaro pubblico. “Che motivo abbiamo per farlo? Per la velleità di alcuni Generali di spacciare l’Italia per media potenza militare industriale, violando palesemente il dettato della nostra Costituzione”, conclude Paolicelli. La campagna “Taglia le ali alle armi” è disponibile in qualunque sede ad un confronto con il Ministro Di Paola e i funzionari del Ministero della Difesa sui dati e sulle prospettive del programma F-35.
Gli stessi soldi stanziati per i caccia potrebbero essere impiegati in mille altri modi più utili sia economicamente che socialmente. “Con i 15 miliardi da spendere per gli F-35 potremmo costruire 45mila asili nido pubblici, creando oltre 200mila posti di lavoro – sottolinea Giulio Marcon, portavoce di Sbilanciamoci! – oppure mettere in sicurezza le oltre 13mila scuole italiane che non rispettano le norme antisismiche e quelle antincendio“; anche in questo caso il risultato sarebbe positivo anche sul fronte economico con nuove opportunità per moltissime imprese e decine di migliaia di posti di lavoro creati.
Le giornate di sostegno alla campagna (che si annunciano numerose e creative) culmineranno poi nella data del 25 febbraio, scelta come giornata delle “100 piazze d’Italia contro i caccia F-35″.
“Il primo obiettivo di questa nuova mobilitazione è spingere il Parlamento e ogni singolo parlamentare a discutere in modo aperto e trasparente sugli F-35. L’appello lanciato dalla Marcia Perugia-Assisi dello scorso 25 settembrenon deve cadere nel vuoto - ricorda Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della Pace – Il Parlamento deve impedire innanzitutto che si crei il fatto compiuto. L’Italia non può permettersi oggi di impegnare ulteriori 15 miliardi di euro, oltre ai quasi 3 già spesi, per l’acquisto e il mantenimento di questi bombardieri, senza che ci sia un chiaro e onesto dibattito pubblico sulle esigenze e le priorità a cui dobbiamo rispondere“.
In maniera simbolica l’avvio della mobilitazione è stato dato nel fine settimana a Verona, dal palco che ha ospitato la festa per il 50° anniversario del Movimento Nonviolento. “La costruzione di un avvenire di nonviolenza parte anche da scelte concrete di disarmo e riduzione delle spese militari – sottolinea Mao Valpiana presidente dell’associazione fondata da Aldo Capitini – ed è quindi naturale che chi lavora quotidianamente in questa prospettiva di costruzione della pace sia tra i primi a muoversi contro questo mastodontico progetto d’armamento costosissimo, contrario allo spirito della nostra Costituzione e forse anche inutile militarmente”.
L’invito che la campagna lancia a tutti i gruppi locali impegnati su questi temi è quindi quello di organizzare momenti di informazione e raccolta firme, cercando anche di coinvolgere gli Enti Locali nell’approvazione di una mozione di sostegno alla mobilitazione.
Roma, 24 gennaio 2012
Tutte le informazioni sulla campagna si possono trovare sui siti delle organizzazioni promotrici:
In occasione delle iniziative organizzate dall’ANPI di Catania per la celebrazione della Giornata della Memoria, l’ANPI partecipa a Misterbianco ad una manifestazione pubblica organizzata dalla sede locale della FIDAPA. Sarà proiettato il documentario “Uno specialista” che tratta del processo celebrato nel 1961 a Gerusalemme contro il nazista Adolf Eichman, responsabile di avere pianificato e gestito la “soluzione finale” per conto del Terzo Reich. Saranno presenti Claudio Longhitano del Comitato provinciale ANPI di Catania ed il prof. Tuccio Famoso, docente presso la Facoltà di lettere e Filosofia dell’Università di Catania. La manifestazione avrà inizio alle ore 17 presso il Teatro Comunale di Misterbianco in Via Giordano Bruno.
Erano quasi le quattro del pomeriggio e il pranzo di Natale del 1893 era finito appena da un po’, la mattina era trascorsa tranquilla, anche Gesù era nato a mezzanotte. Il giorno prima, nella piazza, una moltitudine di donne aveva guidato una manifestazione contro le tasse che esplose improvvisamente con l’assalto e la distruzione dei circoli che erano i luoghi di riunione, di svago dei notabili, dei potenti e dei prepotenti del paese.
La forza pubblica aveva tentato di contenere la folla, ma non era riuscita ad evitare il successivo assalto e la completa devastazione dei casotti daziari.
Erano quasi le quattro del pomeriggio del Natale del 1893 e le donne di Lercara con i loro uomini riempirono la piazza per assalire il Municipio, sventolavano stracci a mò di bandiere e volevano che si capisse che non era più tollerabile lo sfruttamento e la fame.
Il Prefetto ed il Procuratore del Regno si erano precipitati da Palermo e tentarono invano di calmare la folla, ma erano arrivati anche i rinforzi militari e fu la tragedia: i due schieramenti si trovarono uno di fronte all’altro e i militari intimarono ai manifestanti di disperdersi … attimi di silenzio, un colpo di arma da fuoco.
Dai balconi dei palazzotti prospicienti la piazza i notabili, padroni di Lercara, dei campi e delle miniere incitavano i carabinieri a compiere il massacro. Con la bocca ancora impastata dei buccellati e dei cannoli trangugiati a pranzo, nel loro pranzo di Natale, gridavano: “morte agli istigatori, morte ai sovversivi”.
Undici manifestanti furono uccisi nella cornice di cinica e turpe istigazione al massacro.
“non si sarebbe mai saputo chi avesse sparato per primo […] non è affatto da escludere che a sparare per primo fosse stato qualche campiere, qualche mammasantissima, appostato dietro l’angolo di qualche casa e incaricato di provocare la strage da una delle fazioni che si contendevano il potere in paese. Le carte tacciono in proposito”. (Mario Siragusa, Stragi e stragismo nell’età dei Fasci siciliani. In La Sicilia delle stragi. a cura di Giuseppe Carlo Marino. Newton Compton Editori Roma.2007. pag. 119)
Il campo di Fossoli nell’immediato dopoguerra
Il campo, originariamente costruito su due aree contigue – su via Remesina (circa 6 ha) e via Grilli (circa 9 ha) – è stato attivo dal 1942 al 1970, con diverse fasi di utilizzo. Nel tempo le baracche sono state modificate, soprattutto all’interno e dopo il 1945 l’intera area su via Grilli è tornata ad usi agricoli.
Un lungo periodo di abbandono ha portato all’attuale condizione di degrado delle strutture, costruite in fretta, in un periodo di ristrettezze economiche e senza pretese di durata.
Campo per prigionieri di guerra alleati PG/73 Ministero della Guerra – Regno d’Italia Luglio 1942 – 8 settembre 1943
A Fossoli, nelle vicinanze di Carpi, in provincia di Modena, nel 1942 il ministero della Guerra del regno d’Italia insedia un campo di concentramento fascista, “Campo prigionieri di guerra n. 73″, destinato a raccogliere soldati e sottufficiali alleati catturati nel nord Africa.
Resta in funzione dal luglio 1942 all’8 settembre 1943. La mattina del 9 settembre è occupato militarmente dai tedeschi, che deportano i prigionieri in Germania.
Campo di concentramento ebrei
Campo della Repubblica sociale italiana 5 dicembre 1943 – 15 marzo 1944
Funziona inizialmente nel Campo vecchio, mentre si sistemano alcune baracche del Campo nuovo per le famiglie, il “Campo di concentramento ebrei”: la Rsi ha individuato qui uno dei luoghi dove concentrare gli israeliti, italiani e stranieri, ormai privi di diritti civili e politici.
Ma i tedeschi danno inizio già in febbraio alle deportazioni di ebrei: il primo convoglio per Auschwitz è partito il 22 febbraio, e tra gli oltre 600 deportati c’era anche Primo Levi.
Polizeiliches Durchangslager / Campo di concentramento Fossoli Bds Verona / Questura di Modena della Rsi 15 marzo 1944 – primi di agosto 1944
Il Campo nuovo passa sotto il controllo delle SS e diventa un Campo di polizia e di transito: vi sono internati ebrei e oppositori politici destinati alla deportazione in Germania. Il Campo vecchio, formalmente controllato dagli italiani, è destinato per lo più a internati civili di nazionalità nemica, ma serve anche per oppositori politici, ostaggi, cittadini razziati per il lavoro “volontario” in Germania. Non è chiaro per quale motivo si possa finire nell’uno o nell’altro campo. La doppia gestione rende molto più complessa la ricostruzione dei fatti e l’indagine sui deportati da Fossoli, perché le informazioni sul campo italiano sono lacunose, per non dire assenti.
Per l’avvicinamento del fronte (Roma è liberata il 4 giugno, Firenze lo sarà il 2 settembre) e il rafforzamento della presenza dei partigiani nella zona, il 15 luglio 1944 il Campo vecchio viene ufficialmente chiuso e viene deciso il trasferimento del Dulag dal Campo nuovo a Gries, presso Bolzano, strutture di comando, sorveglianza, dotazioni, materiali e internati compresi: d’ora in poi sarà questo il capolinea principale di partenza per la deportazione politica e razziale in Germania.
È stata accertata la partenza di almeno sei convogli di ebrei e di uno, molto numeroso, di deportati politici, il 21 giugno 1944., dal Campo nuovo: molti furono destinati a Mauthausen o ai suoi sottocampi.
Nel circa sette mesi di attività sono passati da Fossoli circa 2.800 ebrei, quasi tutti destinati ad Auschwitz o, in misura minore, Bergen Belsen, e un numero quasi equivalente di deportati politici, al quale vanno, però aggiunti tutti coloro che sono stati deportati dal Campo vecchio, di cui a tutt’oggi non sono noti registri né elenchi.
La vita a Fossoli è ricordata dai superstiti, forse per il paragone con quella successiva dei lager della Germania, come abbastanza sopportabile, nonostante la fame, la promiscuità, i parassiti e l’incertezza della sorte futura; ma funestata dalla strage di settanta internati politici – poi ridottisi avventurosamente a sessantasette – il 12 luglio 1944 al poligono di tiro di Cibeno, preceduta dall’assassinio di Leopoldo Gasparotto, luminoso esponente del Partito d’Azione il 24 giugno, e da quello di un internato ebreo nel maggio.
Centro di raccolta per mano d’opera per la Germania General Bevollmachtige fur den Arbeitensatz Agosto 1944 – fine novembre 1944
Mentre il Campo Vecchio viene a poco a poco smobilitato, il Campo Nuovo diventa Centro di raccolta per la mano d’opera razziata in Italia e destinata al lavoro in Germania. Le testimonianze documentano il passaggio di un grande numero di deportati, uomini e donne, fino a 800 o mille in alcuni giorni. Tra loro anche molti politici, allontanati sbrigativamente dalla zona del fronte, nei mesi di agosto e settembre. A fine novembre 1944 anche questo centro viene spostato a nord, dopo un violento bombardamento.
Centro di raccolta profughi stranieri Questura di Modena Settembre 1945 – luglio 1947 Nel settembre del 1945 il Campo Nuovo diventa Centro di raccolta per fascisti in attesa di epurazione, presto trasformato in Centro di raccolta per profughi stranieri: persone entrate in Italia irregolarmente, prive di documenti di identità e di mezzi, mentre procede lo smantellamento del Campo Vecchio, anche per riutilizzarne i materiali nella ricostruzione. Vi figurano anche ebrei sopravvissuti alla shoa, per lo più giovanissimi, in attesa di un passaggio per Israele o gli USA. Il Campo profughi viene chiuso, dopo aver suscitato mille polemiche, nel luglio 1947.
Nomadelfia Don Zeno Saltini – Opera Piccoli Apostoli Maggio 1947 – agosto 1952
La struttura è occupata dall’Opera Piccoli Apostoli, fondata da un sacerdote originario di Fossoli, don Zeno Saltini, per dare famiglia a bambini abbandonati e orfani di guerra.
Sono abbattuti muri e fili spinati, le baracche vengono modificate in case di abitazione, scuole, laboratori, bar, e si piantano alberi, orti, giardini: il Campo diventa Nomadelfia, la città dove la fraternità è legge. Problemi economici e difficoltà di vario tipo portano nel 1952 alla chiusura di Nomadelfia: i bambini accolti devono lasciare le nuove famiglie e la comunità si sposta nel Grossetano, dove esiste tuttora.
Villaggio San Marco Opera per l’assistenza ai Profughi Giuliano-Dalmati Luglio 1954 – marzo 1970
L’ultima fase di occupazione del Campo Nuovo (1954-1970) è quella dei profughi giuliano-dalmati: poco più di un centinaio di famiglie di lingua e cultura italiana che hanno abbandonato le loro terre assegnate alla Jugoslavia in seguito ai trattati di pace dopo la seconda guerra mondiale. Il sito viene di nuovo ristrutturato e rimaneggiato. Nel 1970, cambiati tempi e le esigenze di vita, i profughi dal campo si trasferiscono in città.
Il visitatore di oggi vede quanto resta di quest’ultima fase di occupazione, dopo oltre trent’anni di degrado.
A Carpi, nel Castello dei Pio, per ricordare la memoria di tutti i deportati, è stato allestito nel 1973 il “Museo monumento al deportato politico e razziale nei campi di sterminio nazisti”, su progetto di Lodovico Barbiano di Belgiojoso, che fu internato a Fossoli dall’aprile al luglio 1944.
Nunzio Di Francesco, nato a Linguaglossa, Catania, nel febbraio del 1924, (presidente dell’Anpi di Catania), partigiano in Piemonte nelle Brigate Garibaldi dopo l’8 settembre 1943, sopravvissuto agli orrori del lager di Mauthausen, “racconta” nel suo libro “ Il costo della libertà, memorie di un partigiano combattente superstite da Mauthausen e Gusen II” – 2° edizione gennaio 2007, Bonanno editore – il suo contributo alla Lotta di Liberazione e i drammi patiti nei lager nazisti.
Fu catturato durante un’operazione di rastrellamento dei reparti nazifascisti nella notte del 18 ottobre del 1944 in Val Girba.
Da Bolzano, l’8 gennaio del 1945, con il XIII trasporto ferroviario fu deportato a Mauthausen.
Nel suo libro ha inserito l’elenco dei deportati sopravvissuti al XIII trasporto.
Dei 501 italiani ne ritornarono, sopravvissuti, solo 47.
(testi tratti da una ricerca condotta dalle classi III A sp e III I del Liceo “M.Cutelli” – anno 2002-03)
Carmelo Salanitro nacque ad Adrano il 30 ottobre 1894 da una modesta famiglia artigiana: il padre, barbiere, riuscì con molti sacrifici a mantenere gli studi dei suoi cinque figli. Frequentò le scuole elementari e il ginnasio ad Adrano e il liceo classico ad Acireale dove, nel 1912, conseguì la maturità con ottimi voti. Si laureò in Lettere Classiche presso l’Università di Catania il 10 dicembre 1919 e insegnò latino e greco presso i licei di Adrano, Caltagirone e Acireale.
Di formazione liberale e di educazione cristiana, si occupò sin da giovane anche di politica e nel 1920 venne eletto consigliere provinciale come rappresentante del Partito Popolare. In questa veste cercò di difendere i diritti della povera gente, dei lavoratori senza libertà , di coloro che non traevano, come egli affermava, “dalle loro fatiche quel pane quotidiano che tutti invochiamo la mattina, ma che molti , ohimè, non assaggiano la sera”.
Salito il fascismo al potere, non rinunciò ai suoi principi democratici cristiani, anche se nel 1929 abbandonò il Partito Popolare per protesta contro i Patti Lateranensi.
Sposò un’insegnante dalla quale ebbe un figlio, Nicola. Nell’ottobre del 1934, vinto il concorso a cattedra, ritornò ad Acireale, come insegnante di latino e greco nel liceo “Gulli e Pennisi”, dove rimase fino al 1937. In seguito si trasferì a Catania, dove insegnò al Liceo Cutelli e lì iniziarono le sue pene politiche.
Negli anni 1939-40, nemico della guerra e della propaganda bellica che imperversava nell’Italia del tempo e attraverso cui il regime voleva inculcare alla popolazione un’immagine distorta di eroismo e di sacrificio per la patria, si impegnò nella rischiosa diffusione di numerosi bigliettini in cui veniva ripugnata la carneficina che aveva investito l’Europa.
La sua coraggiosa ma pericolosa attività, unita al suo rifiuto di iscriversi al Partito Nazionale Fascista (unico docente a non possederne la tessere nel 1940), gli attirò contro le autorità che, su segnalazione del suo stesso preside, Rosario Verde, lo arrestarono e, giudicatolo colpevole, lo condannarono a 18 anni di reclusione precludendogli per tutta la vita l’ingresso ai pubblici uffici.
Fu recluso nel carcere di Civitavecchia e poi in quello di Sulmona, ddai quali scrisse toccanti lettere ai familiari.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, Salanitro fu consegnato dalle autorità fasciste ai tedeschi e deportato prima in Germania, a Dachau, poi in Austria nel campo trincerato di S. Valentino e , infine, in quello di Mauthausen, dove venne ucciso nella camera a gas, la notte tra il 23 e 24 aprile 1945, la vigilia della liberazione italiana.
Biglietti e pensieri per la pace e la libertà
Per sette mesi Salanitro continuò a compiere il suo rischioso lavoro, ma il preside del Cutelli, Rosario Verde, lo tradì e lo denunciò agli uomini dell’ O.V.R.A (polizia segreta del regime, al controllo dell’ intera società italiana e degli oppositori ). Il 14 novembre dopo un lungo pedinamento, fu visto deporre uno dei suoi bigliettini in un luogo pubblico e
Le lettere
Dal carcere, dal 1941 al 1943, Carmelo Salanitro inviò alcune lettere ai familiari, che rappresentano un documento del suo pensiero morale e religioso:
alla sorella Maria (22 giugno1941), scritta sette mesi dopo la sua incarcerazione, in cui del suo stato d’animo fa emergere soltanto il rimpianto per la perduta libertà e il rammarico per essere stato costretto a lasciare la famiglia. Soprattutto nella prima parte iniziale invita caldamente la sorella ad occuparsi dell’educazione di suo figlio Nicola ” vi prego di assisterlo nel suo sviluppo fisico, perché cresca sano, robusto…..”.
al fratello Nino , in cui esprime delle considerazioni sulla propria condizione di uomo privato della libertà: per far comprendere meglio il suo stato d’animo egli cita Dante ” pur di qui, ho dovuto provar come sa di sal lo pane altrui”; ma non si abbandona ad espressioni di disperazione ,ed anzi afferma: “mi sono sempre rialzato ed eretto più fermo e più sereno di prima”, ” non mi lagno del mio duro Destino”; trova la forza di sopportare e superare la sofferenza nella propria coscienza ” dove si accolgono i sogni, le aspirazioni, le idealità…”; afferma che nel suo animo ” non si accoglie né vi alberga la benché minima traccia di rancore, di fiele di odio contro alcuno o contro alcuna cosa”, né vi è alcun pentimento per aver ceduto all’impeto e all’entusiasmo che lo avevano portato in carcere “non recrimino contro di me e contro questo mio cuore fatto d’ impeti, di slanci…” ; infine si dichiara “schivo di infingimenti ipocriti di seducenti allettamenti, aperto e schietto e del Vero non timido amico” ed esalta, con intensa fede cristiana, la forza purificatrice del dolore che gli permette di sperimentare ” l’incrollabile, intensa grandezza e ricchezza d’affetto dei miei consanguinei…” e di sentirsi “più vicino al supremo Iddio…” .
alla madre ( 27 febbraio 1943), nella quale con un tono più intimo, ma sempre ricco di profonda moralità e religiosità, chiedere comprensione, giustificando il proprio operato con queste parole: “mai ho fatto degli interessi materiali,… la bussola delle mie azioni e dei miei sentimenti e pensieri…” ; cosciente di avere sacrificato ai suoi ideali ” il frutto di decenni di sacrifici e di sforzi miei e dei miei genitori”, dichiara di non aver voluto “adagiarsi in un’inerzia morale che è peggiore della morte…”; dà una definizione di che cosa significhi per lui vivere: “ecco il ritmo del vivere è mirare a qualcosa che trascenda le forme e i limiti materiali…”; giustifica le sofferenze del presente poiché necessarie per costruire un futuro migliore ” cosa sono le nostre pene individuali nell’infinito quadro di dolori e dei travagli con cui la gente di oggi costruisce per quella di domani un avvenire e un divenire migliore e più giusto?”; infine rivolge una preghiera a Dio affinché ricompensi la madre per i sacrifici fatti.
Bibliografia
C.Salanitro, Ideale di pace e sentimento del dolore nell’Iliade, Arti Grafiche Gutemberg, Adrano 1929
C.Salanitro, Attorno alle Georgiche Virgiliane, Napoli, Caltagirone 1933
C.Salanitro, Attorno alle Georgiche virgiliane (premessa di C.Cosentini), in Memorie e rendiconti, Serie III – Vol. II , Accademia di scienze lettere e belle arti degli Zelanti e dei Dafnici – Acireale, Acireale 1982
C.Salanitro, Saggi di letteratura classica (premessa di C.Cosentini), Accademia di scienze lettere e belle arti degli Zelanti e dei Dafnici – Acireale, Acireale 1982
Convegno nazionale “La vita, le opere, l’impegno sociale del prof.Carmelo Salanitro nel centenario della nascita”. Atti del Convegno ed altri documenti, a cura dell’Assessorato alla cultura del Comune di Adrano (Catania)
“Carmelo Salanitro martire della liberta’”, Assessorato alla cultura del Comune di Adrano (Catania)
C.Cosentini, Lettere dal carcere di Civitavecchia del prof. Carmelo Salanitro ed un ricordo del fratello prof. Antonino, Accademia di scienze lettere e belle arti degli Zelanti e dei Dafnici – Acireale, Acireale 1989
N.Di Francesco, Il costo della libertà (a cura di I.D’Isola, prefazione di R.Mangiameli), Tipolitografia Manganaro-Furci Siculo (ME), 1993 (2001 2^ ed.)
G.Giarrizzo, Catania, Laterza, Bari 1986
M.Micheli, I vivi e i morti, Mondatori, Milano 1967
S.Nicolosi, Uno splendido ventennio, Tringale, Catania 1984
F.Pezzino, Per non dimenticare. Fascismo e antifascismo a Catania (19191943) ( introduzione di N.Recupero), CUECM, Catania 1992
Memoria e Libertà. In ricordo di Carmelo Salanitro (a cura di S. Distefano e N.Torre), CUECM, Catania 27 gennaio 2001 (opuscolo)
1938: dopo l’Anschluss (invasione nazista e annessione dell’Austria al Reich) viene costruito il Lager principale, su un’altura sovrastante la cittadina di Mauthausen (presso Linz), in prossimità di una cava di granito ceduta dal Comune di Vienna alla DEST, un’impresa di proprietà delle SS.
Alla edificazione del campo (1938-1939) vengono destinati prigionieri tedeschi, austriaci, cechi e boemi, provenienti in gran parte dal Lager di Dachau.. Nell’arco di tre anni il numero dei prigionieri raggiunge le 8000 unità.
In questo periodo i prigionieri appartengono alle seguenti categorie: criminali comuni, ³asociali², politici, Testimoni di Geova (Bibelforscher), zingari. Il cuore dell’attività lavorativa del campo è la cava di granito, che fornisce anche il materiale per l’edificazione dei muri perimetrali, delle torri, dei portali d’ingresso.
1940: viene costruito il Lager dipendente (Nebenlager) di Gusen, a 4 km. da Mauthausen (4.000 prigionieri alla fine dell’anno). E’ il primo dei 56 sottocampi, distribuiti in tutta l’area industriale adiacente a Vienna e nella regione dell’alta Austria centrale. La loro funzione principale era quella di impegnare i prigionieri in attività produttiva di tipo bellico (in molti casi con macchinari collocati in gallerie, per via dei bombardamenti alleati) e nella costruzione delle infrastrutture (gallerie, impianti).
Nel marzo 1940 giungono a Mauthausen i primi deportati stranieri (cioè non provenienti da territori del Reich): 448 polacchi. Seguiranno i combattenti repubblicani spagnoli esuli in Francia (invasa dai nazifascisti), circa 8.000 (ne sopravviveranno 1.600), cechi (circa 4000) ed ebrei olandesi (circa 2000). Il gruppo nazionale maggioritario risultò, nel corso degli anni, quello dei polacchi, tra cui molti sacerdoti cattolici. Sempre nel 1940 arrivano anche i primi giovanissimi (tra 13 e 18 anni), in genere familiari dei combattenti repubblicani spagnoli. Tra campo e sottocampi si raggiunge la quota di circa 8.200 prigionieri. Si tratta, come si è visto, prevalentemente di ³politici², destinati a crescere in numero, con l’evoluzione della guerra: scioperanti, resistenti di ogni genere, partigiani, prigionieri di guerra sovietici.
In previsione del numero crescente di internati e di un accrescersi della mortalità (dovuta anche alle condizioni particolarmente rigide di disciplina e sfruttamento) il campo fu dotato di un forno crematorio cui se ne aggiungeranno altri due; di crematori si forniranno anche, più avanti, i sottocampi di Gusen (1941), Ebensee (1944) e Melk (1944).
1941: Mauthausen viene catalogato da Himmler come ³campo di III livello² (ossia di massimo rigore), cioè di annientamento dei prigionieri, mediante lavoro o meno. Alla fine dell’anno il sistema di campi conta quasi 16.000 prigionieri; circa 8.500 sono concentrati a Gusen.
Verso la fine del 1941, la configurazione del campo è quella in parte riconoscibile oggi: si possono individuare tre aree:
1) Il campo principale, posto in cima a una collina, recintato sul lato meridionale da un grande muro di granito, alto quattro metri, con torri e ingressi, con aggiunta di filo spinato e reticolato elettrificato; a settentrione la recinzione era incompleta e prevaleva il reticolato. In quest’area erano collocate le baracche dei prigionieri, il piazzale dell’appello, i locali di doccia e disinfezione, le cucine, e, a partire dal 1941, il Bunker: un complesso in buona parte sotterraneo con celle, locali per sperimentazioni mediche ed esecuzioni, crematorio e camera a gas (v. più avanti).
2) La cava di granito, profonda 100 metri e lunga un chilometro, cui si accedeva scendendo una lunga scalinata, dai gradini sconnessi e irregolari. Vi lavoravano da 1.000 a 3.000 prigionieri, compresi quelli assegnati al ³distaccamento di punizione² (Strafkommando), costretti a portare sulle spalle massi di 50 e più chili; molti prigionieri vennero fatti precipitare lungo la scala o dalle pareti della cava.
3) Il ³campo ospedale² (Krankenlager), un’area rettangolare, racchiudente una decina di baracche, con cucina e servizi, che si trovava al di sotto del campo principale, a fianco della strada di accesso. Circondata da reticolati elettrificati, venne denominata ³campo russo² (dagli italiani ³Camporosso²), perché all’origine destinata ai prigionieri di guerra sovietici; ma dal 1943 venne usata per i malati e gli invalidi e diventò una struttra a sé, mentre i prigionieri sovietici vennero rinchiusi nelle baracche 16-19 del campo principale (di quarantena) o nella baracca 20, ulteriormente isolata con filo spinato, i cui 500 prigionieri, nel febbraio 1945, effettuarono una fuga in massa in cui solo tre persone si salvarono.
1942: il sistema dei sottocampi si avvia al massimo sviluppo. Il 30 aprile 1942 il capo dell’Ufficio centrale economico amministrativo delle SS dirama una circolare (“circolare Pohl”) per sfruttare nel modo più completo la manodopera costituita dai prigionieri: l’industria bellica tedesca aveva un crescente fabbisogno di forza lavoro. I sottocampi nascono dall’esigenza di collocare le industrie belliche al riparo dai bombardamenti (in gallerie scavate nelle montagne) e di decentrare e distribuire l’enorme quantità di prigionieri che serviva allo scopo, e che non poteva essere concentrata in un unico campo, spesso molto distante dai luoghi di lavoro.
I prigionieri sono impiegati in tre settori:
1. Costruzione di infrastrutture (strade, centrali elettriche, indotto)
2. Trasferimento sotterraneo delle industrie belliche (scavi gallerie, installazione macchinari)
3. Produzione di armamenti
Il Lager principale di Mauthausen nel 1942 assume funzioni nuove legate a questi sviluppi. Esso infatti si presenta come:
1. Sede amministrativa centrale del sistema di raccolta, selezione e distribuzione della manodopera schiavile, secondo le richieste provenienti dalle varie industrie.
2. Direzione finanziaria per controllare i proventi derivanti dall’affitto dei prigionieri-schiavi alle varie industrie.
3. Direzione centrale dell’organizzazione di sorveglianza.
Di conseguenza, ogni nuovo trasporto inviato nell’area di competenza di Mauthausen arrivava al Lager centrale, dove i prigionieri erano registrati, selezionati e predisposti alle durissime condizioni di disciplina e lavoro del Lager mediante la cosiddetta quarantena, che era in sostanza un periodo di attesa prima di essere inviati, secondo le necessità, nei vari sottocampi.
Oltre ad assolvere a questa funzione di smistamento, Mauthausen serviva anche come luogo di raccolta ed eliminazione degli inabili (divenuti tali in conseguenza dei trattamenti subiti durante la prigionia e il lavoro forzato) e come centro di annientamento di particolari categorie di nemici del Reich, in particolare prigionieri di guerra sovietici (eliminati col gas), ebrei olandesi e un consistente numero di intellettuali cecoslovacchi.
Gli ebrei deportati a Mauthausen erano in genere stati arrestati con imputazioni di tipo politico. La loro sorte era comunque incomparabilmente peggiore: fra i 90 ebrei arrivati nel 1940, alla fine dell’anno 80 erano già deceduti. I circa 2.600 ebrei arrivati da Olanda, Austria, Polonia, Cecoslovacchia e Romania tra il 1941 e il 1942 morirono nel giro di un anno dall’arrivo; i pochi superstiti furono traferiti ad Auschwitz. Alcune migliaia di ebrei ungheresi (provenienti da Auschwitz) e polacchi arriveranno poi a Mauthausen nell’estate del 1944. Va ricordato che, tra il 1938 e il 1945, il numero degli ebrei morti a Mauthausen risulta di circa 39.000 persone.
Un ruolo importante nelle operazioni di annientamento era ricoperto dalla camera a gas (gas Zyklon-B): essa viene messa in funzione nel maggio 1942, con l’eliminazione di 208 prigionieri di guerra sovietici. Nel corso di quattro anni vi vennero uccise circa 5.000 persone, oppositori politici ritenuti pericolosi, malati e inabili al lavoro (provenienti dal Revier). Inoltre, tra il 1941 e il 1942, gli inabili e i malati di Gusen vennero anche uccisi in un veicolo che faceva la spola tra Gusen e Mauthausen, in cui i trasportati (a gruppi di 30) venivano asfissiati probabilmente con ossido di carbonio. Infine, tra l’agosto 1941 e il dicembre 1944, la camera a gas del castello di Hartheim (a 20 km. da Linz) eliminò altri malati, inabili e selezionati provenienti dai Lager di Mauthausen, Gusen e Dachau (nome in codice: azione ³14f13²): in tutto circa 8.000 persone, di cui 5.000 trasportate da Mauthausen e Gusen.
Alla fine del 1942 il ³sistema Mauthausen² conta 14.000 prigionieri.
1943: si completa il sistema dei sottocampi austriaci e della produzione in fabbriche sotterranee, che va dagli impianti di benzina sintetica agli aerei superveloci agli armamenti più convenzionali. A questi campi viene spesso assegnato un nome in codice: ³Cemento² (Ebensee), ³Cristallo di rocca² (St.Georgen presso Gusen), ³Quarzo² (Melk), ecc. Migliaia di deportati furono anche impiegati in fabbriche esterne, spesso di proprietà SS (i Göringwerke). I turni di lavoro erano massacranti (12 ore), anche se gli addetti ad alcune lavorazioni potevano usufruire di un vitto leggermente migliore. Ma in molti campi il lavoro significava la morte o l’inabilità nel giro di 3 mesi; malati e inabili venivano avviati ai Revier, al ³Campo russo² di Mauthausen o direttamente eliminati nelle camere a gas o con altri sistemi.
Dal 1943 arrivano a Mauthausen gli italiani (per la maggior parte resistenti e antifascisti). Essi vengono accolti come traditori dai nazisti, e come nemici fascisti dagli altri deportati (che ignoravano i mutamenti politici avvenuti in Italia dopo il 25 luglio). Di qui una condizione particolarmente difficile che poté essere modificata solo dopo molti mesi. Il primo trasporto italiano (ottobre 1943, 300 o 1000 persone) proveniva dal campo di internamento di Cairo Montenotte, dove si trovavano cittadini di Gorizia, Trieste, Capodistria, deportati dai fascisti. Fino al febbraio 1945 si ebbe una ventina di trasporti, per un totale di deportati che, allo stato attuale delle ricerche, è stimato in circa 8.000 persone.
Alla fine del 1943 i deportati di Mauthausen (e sottocampi) assommano a 25.000 unità (8.000 a Gusen).
1944: nell’intensificarsi dei trasporti (prevalentemente di ³politici²) da tutta Europa, si segnalano dall’Italia i convogli di deportati arrestati in occasione degli scioperi del marzo 1944. L’11 marzo arriva un convoglio con 597 deportati dalla Toscana, dal Piemonte, dalla Lombardia; il 16 marzo è la volta di 563 deportati da Piemonte, Lombardia e Liguria; ai primi di aprile arrivano altri 600 italiani, dalla Lombardia. In tutto l’anno si avranno 15 trasporti dall’Italia. Le donne deportate (per lo più operaie scioperanti) non rimangono a Mauthausen, ma vengono spostate ad Auschwitz o a Ravensbrück.
Verso la fine del ’44 i nazisti iniziano l’evacuazione dei Lager orientali e di Auschwitz, facendo affluire i superstiti delle marce della morte su Mauthausen. I più deboli vengono eliminati, gli altri smistati nei campi secondari.
La popolazione dei campi del complesso di Mauthausen aumenta così fino a superare le 72.000 unità (tra cui circa 1.000 donne)
1945: le condizioni del campo peggiorano a causa del sovraffollamento (84.000 prigionieri in marzo) e della mancanza di cibo. Aumenta l’afflusso degli evacuati da Auschwitz (9.000 persone, in prevalenza ebrei), Gross-Rosen, Sachsenhausen, Nordhausen, Ravensbrück. Insieme a loro, giungono gli ebrei inviati a lavorare alle fortificazioni della frontiera austro-ungherese.
Nel settore più settentrionale dell’²area sorvegliata² del campo viene costruita una tendopoli in cui tifo, denutrizione e malattie provocano centinaia di vittime (molte di esse sepolte in fosse comuni, perché i crematori non bastavano più allo smaltimento dei cadaveri).
In aprile una serie di trattative con la Croce Rossa permette la liberazione di alcune centinaia di detenuti (in maggior parte francesi). Ma tra il 20 e il 28 aprile vengono eliminate nella camera a gas del campo principale diverse centinaia di prigionieri (sicuramente almeno 650) prelevati dal Krankenlager o Revier (Campo russo). Tra di essi un alto numero di italiani. Il 29 aprile la camera a gas viene parzialmente smantellata. Il 5 maggio 1945 il Lager di Mauthausen viene raggiunto da due autoblindo alleate e il Comitato internazionale di resistenza (tra i componenti, l’italiano G. Pajetta), sorto clandestinamente nel marzo, si impadronisce del campo, liberandolo con le armi strappate ai nazisti. Si trovavano nel campo principale, in quel momento, circa 20.000 prigionieri, quasi tutti al limite della sopravvivenza. Più del 10% moriva nel mese successivo alla liberazione.
Si calcola che siano passati per il complesso dei Lager dipendenti da Mauthausen circa 230.000 deportati. I morti furono almeno 120.000.
Questa tabella è ricavata dalle ricerche più recenti:
anno: 1938 1939 1940 1941 1942 1943 1944 1945
(1) non è il numero totale di prigionieri, ma il numero di prigionieri più alto registrato nell’anno. Sono escluse le donne, presenti a Mauthausen in modo consistente solo nel 1944 (959) e nel 1945 (1.734).
(2) il dato del 1945 è sottostimato di circa 16.000 persone, giunte a M. già morte nei trasporti dall’est, oppure morte nel mese successivo alla liberazione. Tasso complessivo di mortalità: 52,5%
Fonte: H.Marsalek, Die Geschichte des Konzentrationslager Mauthausen, Wien 1980.
Bibliografia. Lo studio di Marsalek sopra citato è finalmente stato tradotto in italiano (Vienna, 1999: ed. del Museo di Mauthausen). La memorialistica italiana è molto ampia e rinviamo a A. Bravo-D.Jalla, Una misura onesta. Gli scritti di memoria della deportazione italiana 1944-1993, Milano, F.Angeli, 1994. Fra i testi più noti: P. Caleffi, Si fa presto a dire fame, Milano, Mursia, 1979; V. Pappalettera, Tu passerai per il camino, Milano, Mursia, 1965 sgg.; F. Maruffi, Codice Sirio. I racconti del lager, Torino 1992;
A.Buffulini e B. Vasari, II Revier di Mauthausen. Conversazioni con Giuseppe Calore, Edizioni dell’Orso, Alessandria, 1992
Ricordi e pensieri di un ex deportato, Alessandria, ANED-Ed. dell’Orso, 1992, e le memorie di F.Malgaroli, Domani chissà: storia autobiografica 1931-1952, Cuneo, L’Arciere, 1992 e di F. Maruffi, Codice Sirio. I racconti del lager, Torino 1992.
<<Morto è un termine scolorito, sente della dolce morte naturale, casalinga, sul proprio letto, assistito da medici e familiari che piangono.La morte squallida di Mauthausen, quella improvvisa e violenta delle stragi naziste, si distingue con kaputt. Hitler è kaputt, Mussolini è kaputt, è kaputt il fascismo.>>
Vincenzo Pappalettera, Tu passerai per il camino, Grandi Testimonianze MURSIA, Milano, 1965-1982. ( pp. 86-87)
Annelies Marie “Anne” Frank, italianizzato in Anna Frank (12 giugno 1929 – marzo 1945), fu una ragazza ebrea che scrisse un diario mentre si nascondeva con la famiglia dai nazisti, ad Amsterdam, durante la seconda guerra mondiale. La sua famiglia venne tradita ed essi vennero trasportati nei campi di concentramento tedeschi, dove morirono tutti ad eccezione del padre Otto. Dopo la guerra, il suo diario venne pubblicato, rendendola famosa in tutto il mondo.
Anna nacque a Francoforte sul Meno, in Germania, seconda figlia di Otto Heinrich Frank (12 maggio 1889 – 19 agosto 1980) e di sua moglie Edith Hollander (16 gennaio 1900 – 6 gennaio 1945), proveniente da una famiglia di patrioti tedeschi che prestarono servizio durante la prima guerra mondiale. Aveva una sorella maggiore, Margot Betti Frank (16 febbraio 1926 – marzo 1945). Lei e la famiglia dovettero spostarsi ad Amsterdam per sfuggire alla persecuzione dei Nazisti. Appena tredicenne, dovette nascondersi con la famiglia nell’Achterhuis, un piccolo spazio a due piani posto sotto i locali della compagnia di Otto. (Questo Achterhuis era situato in un vecchio – ed abbastanza tipico – edificio sul Canale Prinsengracht, nella parte ovest di Amsterdam, a circa un isolato dalla Westerkerk.) La porta dell’Achterhuis era nascosta dietro una libreria. Vissero li dal 9 luglio 1942 al 4 agosto 1944, durante l’occupazione nazista.
Nel nascondiglio trovarono rifugio 8 persone: Otto e Edith Frank (i genitori di Anna); la sorella maggiore Margot; il Signor Dussel, un dentista ebreo (vero nome, Fritz Pfeffer); e i coniugi van Daan con il loro figlio Peter (vero cognome, van Pels). Durante quegli anni Anna scrisse un diario, descrivendo con considerevole talento le paure causate dal vivere in clandestinità, i sentimenti per Peter, i conflitti con i genitori, e la sua aspirazione di diventare scrittrice.
Dopo più di due anni, una soffiata di un informatore olandese portò la Gestapo al loro nascondiglio. Vennero arrestati dalla Grüne Polizei e il 2 settembre 1944 Frank e la sua famiglia vennero caricati su un treno merci che andava da Westerbork ad Auschwitz, dove giunsero tre giorni dopo. Nel frattempo Miep Gies ed Elly Vossen, due delle persone che si erano prese cura del gruppo durante il periodo passato nel nascondiglio, trovarono il diario e lo misero al sicuro.
Anna, Margot ed Edith Frank, i van Pels e Fritz Pfeffer non sopravvissero ai campi di concentramento tedeschi (nel caso di Peter van Pels, alle marce della morte tra un campo e l’altro). Margot e Anna passarono un mese ad Auschwitz-Birkenau e vennero poi spedite a Bergen-Belsen, dove morirono di tifo nel marzo 1945, poco dopo la liberazione. Solo il padre di Anna sopravvisse ai campi di concentramento (Morì nel 1980). Miep gli diede il diario ed egli lo aggiustò per la pubblicazione con il titolo di I diari di Anna Frank. Da allora è stato pubblicato in 55 lingue.
Una recente edizione critica del diario compara l’originale con la versione rivista dal padre. La casa dove Anna e la famiglia si nascondevano è ora un museo. Si trova al 263 di Prinsengracht, nel centro della città, raggiungibile a piedi dalla stazione centrale, dal palazzo reale e dal Dam.
Nel 1956 il diario venne adattato in un’opera teatrale che vinse il Premio Pulitzer, nel 1959 ne venne tratto un film (vedi I diari di Anna Frank), nel 1997 ne fu tratta un’opera di Broadway con materiale aggiunto dal diario originale.
Anche se l’autenticità del diario è stata provata oltre ogni ragionevole dubbio, i negatori dell’olocausto continuano a metterla in dubbio.
Nel 2004 nei Paesi Bassi è stato pubblicato un nuovo libro, intitolato ‘Mooie zinnen-boek’ (libro delle belle frasi). Seguendo il consiglio del padre, Anna copiava brani e brevi poemi che l’avevano colpita in modo particolare, tratti dai molti libri che aveva letto durante la permanenza nell’Achterhuis.
14 Luglio 1933
Articolo I.
1. Chiunque sia affetto da malattie ereditarie potrà essere sterilizzato chirurgicamente se a giudizio della scienza medica, sia prevedibile che la sua progenie possa presentare gravi difetti fisici o mentali.
2. Ai sensi di questa legge, viene considerato affetto da malattie ereditarie chiunque presenti una delle seguenti patologie:
a. Frenastenia congenita
b. Schizofrenia
c. Depressione maniacale
d. Epilessia congenita
e. Ballo di San Vito ereditario (Corea di Huntington)
f. Cecità ereditaria
g. Sordità ereditaria
h. Gravi malformazioni ereditarie
3. Potrà inoltre essere sterilizzato anche chi risulti affetto da alcolismo cronico.
Articolo II.
1. Chiunque può richiedere di essere sterilizzato. Qualora il richiedente sia incapace o sotto tutela per problemi di salute mentale oppure perchè non ha ancora compiuto il 18° anno di età, la richiesta potrà essere presentata dal proprio tutore. Negli altri casi ove vi sia una limitata capacità, la richiesta dovrà essere approvata dal rappresentante legale. Se la persona è maggiorenne, ma è assistita da un’infermiera, è richiesto il consenso di quest’ultima.
2. La richiesta dovrà essere accompagnata da un certificato redatto da un cittadino autorizzato dal Reich Tedesco attestante che la persona da sterilizzare sia stata informata della natura e delle conseguenze della sterilizzazione.
3. La richiesta di sterilizzazione potrà essere revocata.
Articolo III.
La sterilizzazione potrà essere prescritta anche da:
1. un ufficiale medico
2. un funzionario che presti servizio in un ospedale, in un sanatorio o in una prigione.
Articolo IV.
La richiesta di sterilizzazione dovrà essere presentata per iscritto all’Ufficio della Corte per la Sanità Ereditaria oppure redatta da un funzionario dell’Ufficio stesso. La richiesta dovrà essere certificata da una prescrizione medica o autenticata in altro modo. L’Ufficio della Corte dovrà notificare l’avvenuta presentazione della richiesta all’Ufficiale medico che ha prescritto la sterilizzazione.
Articolo VII.
Le procedure della Corte per la Sanità Ereditaria sono segrete.
Articolo X.
La Suprema Corte dell’Assicurazione della Sanità mantiene la propria giurisdizione finale.